AIKIDO, ARTE, DISCIPLINA, FILOSOFIA E PASSIONE DI VITA

5 marzo 2013

ywa

   Oggi non voglio parlare di Politica, Sociologia e derivati, ma di una cosa pulita: l’AIKIDO e dell’Igiene Mentale che ne consegue.

   Mi rivolgo anche a coloro che, anche se millantano di sapere tutto in merito, hanno solo le idee molto confuse e poi forti di qualche filmetto di cassetta che gli ha eccitato la fantasia e in cui l’eroe di turno fa piazza pulita dei cattivi con quattro mosse che, se fossero proprio quelle “da utilizzarsi in realtà”, farebbero solo il solletico o al massimo qualche pietoso livido.

   Gente che nella Vita crede di poter risolvere tutto con una o due di queste “mossette”, ma che poi esce “in strada” e manco immagina quanto può esser punita tanta presunzione.

   In strada o nella Vita, in egual misura …

   Tra tutte le Arti Marziali L’Aikido coinvolge in misura particolare la Psicologia di chi lo pratica correttamente e fa emergere nell’individuo degli schemi comportamentali comunque latenti che finiscono per diventare istintivi anche nella normale vita sociale e di relazione aumentandone in misura esponenziale l’equilibrio interiore che si traduce in pazienza, nervi saldi, autocontrollo, capacità di sopportazione, capacità di saper attendere il “momento giusto” …

   Negli ultimi dieci anni mi sono avvicinato convinzione e rispetto ad una forma particolare di questa Disciplina, e anche se con tutti i limiti derivanti dall’aver intrapreso questa via in età avanzata, sono stato un allievo fedele e discreto di questa disciplina.

   Parlo della sua forma forse molto più dura da apprendere correttamente rispetto all’Arte Madre, una variante praticata come salvavita di emergenza presso la Legione Straniera in Indocina, a vero livello delle Arti Marziali più micidiali e più conosciute tipo Krav Magà, le tecniche Chaolin, i Tocchi mortali …, utilizzate soprattutto dai Corpi Speciali militari o paramilitari in ogni parte del Mondo.

   In Italia il Leader indiscusso di questa Disciplina, chiamata Aikido Iaido Yawara Do, si chiama Renato Portesi, un Maestro che dirige un Dojo in quel di Brescia: un grande che purtroppo non ho mai conosciuto personalmente ma di cui ammiro le capacità tecniche di classe superiore.

  Ne parlo così sia perché la sua fama mi è giunta decantata da parte di Yawaradoka di tutto rispetto che hanno frequentato il suo Dojo, sia perché ho studiato MOLTO ACCURATAMENTE le sue capacità sui suoi filmati messi in Rete, purtroppo brevi ma sufficienti  per capire a chi ci si trova di fronte, tramite i mezzi elettronici di indagine offerti dalla tecnologia audiovisiva professionale che sono in grado di gestire correttamente come le tabelline che si imparavamo in prima elementare.

    E per uno che come me usa da sempre gli occhi per vedere oltre che per guardare, quegli spezzoni di film sono più che sufficienti per “estrarre” non solo i più piccoli particolari sfuggenti all’occhio meno allenato ed anche proprio meno evidenti delle tecniche eseguite, nulla togliendo alle capacità del loro esecutore, di sapersi muovere armonicamente ma senza lasciare alcuno spazio agli avversari, come insegnano gli anziani Maestri fondatori dell’Arte.

   Io ho avuto la fortuna di apprendere le basi dello Yawara da un altrettanto grande Maestro, Paolo Scalvini, anche lui ex-allievo del grande Ciroli che aveva imparato l’Arte in Indocina ed essendomi accostato allo Yawara in età avanzata, a differenza della maggioranza dei suoi cultori, ho potuto “decodificarne” soprattutto da un punto di vista psicologico la filosofia comportamentale, con un’apertura forse privilegiata e psicologicamente più elastica grazie all’età e ad una mia pregressa esperienza di Aikido, mai rivelata ad altri, nel corso dei miei primi anni di gioventù quando al massimo si parlava di Judo o di Ju-Jitsu …

   Parlavo di filosofia comportamentale, dinamiche spesso impopolari ed inutili per noi Occidentali e consentitemi di mettere qualche puntino sulle giuste “i” anche se in misura molto relativa e limitata, perché purtroppo non mi è stato possibile, limiti miei, raggiungere i livelli che avrei desiderato.

   Primo, mai cercare di partire con la prima mossa, imparare a saper attendere e ad essere in grado di decodificare correttamente ogni indizio precursore di quel che può poi succedere e che ci può concedere un vantaggio immediato.

   Secondo, mai rimanere esposti pericolosamente in modo scoperto ma soprattutto “frontale” davanti al nemico e saper alternare senza soluzione di continuità a seconda della necessità del momento, sia una posizione di attesa estremamente fredda, rilassata ma estremamente reattiva, sia pronti ad eseguire movimenti armonici e depistanti in perfetta simbiosi meccanica con i gesti dell’avversario ed una volta comprese le sue vere intenzioni, mai rimanere fermi in passiva attesa dei suoi gesti o cercar di recedere.

   Terzo, imparare ad utilizzare questa capacità di sintonia per sfruttare al massimo la forza dell’avversario che diventerà inevitabilmente l’unico vero artefice della propria inferiorità a causa di un utilizzo da noi ben pilotato delle sue energie e delle capacità reattive istintive che sarà nostra cura rendere sbilanciate e fuori misura in ogni senso.

   Quarto, studiare con estrema attenzione i punti “deboli” del corpo umano da colpire con precisione e imparare ad  individuare i famosi punti su cui poter “far leva assoluta” in modo estremamente istintuale.

   Quinto, mai retrocedere per reazione emotiva ed istintuale di fronte ad ogni attacco, ma preferibilmente assecondarlo andandogli incontro ed agire sui necessari “punti di leva” del suo corpo prima che qualsiasi suo gesto  possa produrre effetti negativi.

   Sesto, imparare ad avere una visione globale di ciò che ci sta di fronte o che ci circonda e ad intuire ciò che accade oltre i quasi 200° che la nostra vista bioculare ci consente, si dice con la “coda dell’occhio”, e quando il nemico è frontale mai fissarlo nel centro di una sola pupilla come chiunque istintivamente fa (fateci caso) ma nel punto del volto che ci consentirà di controllare ogni mossa del suo corpo intuendola, con l’esperienza, ancor prima di ogni accenno di movimento grazie ad una visione globale dei gesti espressivi più impercettibili dei suoi lineamenti.

   Settimo, MAI sottovalutare l’avversario anche quando ci sembra sia fisicamente sia psicologicamente inferiore e soprattutto MAI TEMERLO anche se la sua superiorità fisica ci sembra insormontabile …

    Potrei continuare, ma credo di aver già detto abbastanza perché chiunque sia disponibile a capire queste “nuove” prospettive, cerchi poi di rapportarle non solo al Tatami ma anche alla sua vita sociale quotidiana raggiungendo una posizione di netta preminenza non solo psicologica nei confronti di ogni suo “prossimo” con cui andare d’accordo o mettersi a confronto con decisione e determinazione estrema, SEMPRE.

   Nulla può esser mai lasciato al caso, la Vita è dura.

   E la Vita non concede tutti i giorni a chiunque molti spazi, soprattutto a chi non porge la dovuta attenzione a ciò che lo circonda e che non sempre si presenta in modo amichevole anche se questo non significa che ogni avversario debba forzosamente venir eliminato, anzi !

   La nostra superiorità dovrà solo consistere nell’evitare che i nostri nemici ci facciano del male e le nostre giuste reazioni non dovranno mai esser volte a restituire colpo su colpo quanto a convincere l’altro dell’inutilità di accanirsi contro chi in realtà è più forte di lui e che i non lo teme più di tanto.

   Almeno sino a quando non sarà indispensabile mostrargli una  totale superiorità non ereditata col DNA di famiglia e rivelabile in presunte qualità innate, ma fatta di tanto lavoro, tanto studio, esercizio, applicazione, sacrifici, esperienza dal vivo e soprattutto di UMILTA’, il vero patrimonio di ogni essere vero e difficilmente abbattibile. 

 

 

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