La VERNA di SAN FRANCESCO

18 marzo 2013

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   Stamane, non sono ancora le 6, un usignolo che tutte le mattine viene a mangiare qualche briciola che gli mettiamo nella casetta di legno sul balcone della camera da letto, un po’ in alto, se no i miei gatti fanno subito festa con quella piccola creatura indifesa, mi ha svegliato cantando con un’insistenza maggiore del solito, mentre fuori sta nevicando copiosamente come forse non ha fatto nemmeno a Natale, eppure siamo nella Bassa Padana.

   C’è un’atmosfera un po’ particolare, tutto è sotto ad una coltre bianca e ovattata, e allora, dato che in questi giorni non si fa che parlare di Papa Francesco e di San Francesco, vi voglio raccontare un aneddoto della mia vita, una storia vera dalla A alla Z.

   So che qualcosa stupirà qualcuno dei miei lettori che spesso mi sentono “parlar male di tutti tranne che di Cristo  mentre, come si diceva del vecchio Pietro Aretino, mi scuso col dir: non lo conosco …” e senza lesinare in espressioni, diciamo, un po’ forti … ma oggi vi voglio confidare che io da tantissimi anni sono un fedelissimo devoto del Santo, anche se come religioso sono molto sbadato ….

   C’è una vecchia storia a monte di quanto narrerò, di cui forse ho già fatto qualche accenno sul blog molto addietro nel tempo, una storia dei primi del ‘900 che riguarda una avvenimento “strano” capitato alla mia vecchia zia Ines, ma da me e dai miei figli affettuosamente chiamata Dida, e che ormai, purtroppo, non c’è più.

   Questa zia, una santa donna a dir di tutti, minuta e delicata nei lineamenti ma più forte e travolgente di un carro armato nel suo amore per il prossimo, Terziaria Francescana da sempre, ma per nulla bigotta e forte di uno spirito e di una dolcezza d’animo che in tutta la vita le ha fatto superare avversità di ogni tipo sempre col sorriso sulle labbra, quando ancora non aveva compiuto i vent’anni, aveva accettato di svolgere le sue mansioni di maestra elementare, appena diplomata, in un paesino del Vulture (cercatevelo su Google Earth) in cui si poteva arrivare, allora, solo a dorso di mulo.

   Con l’arrivo delle prime nevi e del ghiaccio inclemente maal affrontabile solo con una misera stufetta a legna, ma altro non c’era, da un giorno con l’altro, si era ammalata di una gravissima polmonite in un tempo storico in cui nemmeno si sapeva cosa fosse la Penicillina.

   L’aveva trovata rantolante nel suo lettino la perpetua del prete che le voleva molto bene e la stimava per la pazienza e la dedizione con cui quella ragazzina minuta ed indifesa cercava di insegnare il minimo indispensabile a tanti analfabeti locali capaci solo di zappare la terra e di mungere qualche capra.

   Il Prete, il Sindaco, il Farmacista e il Maresciallo dei Carabinieri del luogo, che si erano riuniti in consulto per decidere cosa fare perché la giovane sembrava prossima a passare a miglior vita nel giro di poche ore, altro non avevano potuto e saputo fare che mettersi a pregare sperando che nel frattempo succedesse qualcosa, sinché il prete, improvvisamente ebbe un’idea.

   La chiesetta del Paesino, dove ora sorge un Santuario dedicato a San Francesco, conservava gli avanzi logori di un saio appartenuto al Santo che nel suo peregrinare per portare la voce del Suo Signore anche in terre lontane di un’Italia che ai suoi tempi ancora non esisteva, si era fermato da quelle parti dove aveva lasciato quel cencio ormai quasi inservibile ma che qualche pia ed illuminata donna, dopo averlo riesumato dopo secoli da una vecchia cassapanca, aveva poi religiosamente fatto conservare in Sacrestia.

   Dovete sapere che un giorno, ai primi dell’800, come ricordano le Cronache, passò da quelle parti un paio di briganti che entrarono con violenza nella chiesetta, fecero razzia di qualche candelabro d’argento, dell’Ostensorio e del Calice per la Santa Messa riposti assieme al saio, ficcarono il tutto dentro di esso usandolo come sacca di fortuna, e se la diedero a gambe.

   Ma qualcuno aveva visto da lontano e, chiamati a raccolta i paesani, tutti corsero a prendere gli “schioppi” e si lanciarono all’inseguimento dei ladroni sinché la mattina dopo non li trovarono nascosti nel bosco, rintanati in una grande buca del terreno in cui si erano fermati per riposare coprendosi per la notte col saio, e senza pensarci troppo iniziarono a scaricargli addosso tutte le fucilate che potevano.

   Una scena da Far West, eppure, incredibilmente, nessuno dei due briganti, sottoposti a quel fuoco di fila che avrebbe dovuto ridurli come dei colabrodo, nessuno, venne ferito da alcuno dei colpi sparati.

   I due disgraziati, miracolosamente incolumi, mollata la refurtiva, se la diedero a gambe nello stupore generale per l’accaduto, perché tra gli inseguitori c’erano dei cacciatori di professione che in quanto a mira e a maneggiar armi non avevano nulla da imparare e pareva che le fucilate sparate avessero attraversato quei corpi senza fargli nulla.

   Si parlò a lungo dell’accaduto che aveva del miracoloso, e le donne del Paese iniziarono a dire che tutto era accaduto per merito del saio del Santo che aveva protetto i due poveri balordi, e quando dopo qualche anno gli uomini più giovani ed in forze dovettero partire per la Prima Guerra Mondiale, ognuno di essi volle portare con sé un piccolo lembo di quel saio.

   A Conflitto terminato, quel piccolo paesino risultava essere l’unico di tutto il circondario a non aver contato alcun decesso o ferita di Guerra … tutti tornati a casa, insomma.

   Strano vero?

   Tornando alla storiella della zia, il buon pretino corse in Sacrestia e preso un piccolo lembo di quel che rimaneva di quel saio glielo appoggiò sopra al cuscino e poi tornò a pregare con tutti gli altri.

   Una scena da film di Pupi Avati, volendo scherzare sul fatto.

   La mattina dopo, mentre la perpetua che l’aveva assistita tutta notte seduta di fianco al letto cercava di svegliarsi dopo una notte di tregenda per i rantoli dell’ammalata, alle prime luci dell’alba, la mia zietta aprì gli occhi, si sedette sul letto e chiese come se nulla fosse: … che ore sono? mi potresti portare qualcosa di caldo che mi sento un po’ debole …?

   Questo racconto l’ho trovato sul libro di memorie della zia, che è talmente zeppo di storie inconsuete come questa, ma vere, ne ho le prove, che a farci un film, sarebbe da Oscar.

   Quella reliquia l’accompagnò poi per tutta la vita sinché, quasi centenaria, pensò che era stanca di vivere e “decise” di chiudere gli occhi per sempre non senza avermi fatto dono di un piccolo scrigno che conteneva quel lembo sdrucito e di quel vecchio quaderno dalla copertina nera, come un tempo si usava a Scuola, con dentro scritta in bella calligrafia la vera e fedele storia di tutta la sua vita.

   Io non mi sono mai separato da quella che per me è una reliquia, ma non crediate che me la porti in giro sempre con me come se fosse un portafortuna o anche solo come un ricordo dell’amata Dida, c’è qualcosa di molto più profondo che mi lega a quel pezzetto di tessuto e non me ne separerò mai sinché non sarà giunto il momento e io deciderò di darlo a chi riterrò più opportuno, a chi penserò che ne avrà più bisogno di me.

   Anni fa, sull’onda emozionale di questo mio piccolo segreto, volli andare a visitare il Santuario della Verna dove San Francesco visse tanto e ricevette le Stimmate.

   Un luogo indescrivibile per la Natura selvaggia che lì pare bloccatasi secoli fa, un luogo affascinante da vivere in silenzio e religioso raccoglimento anche andandoci quando visitatori e i credenti in pellegrinaggio sono più numerosi ed invasivi delle formiche.

   Allora svolgevo ancora la professione di fotografo, quindi non mi sarei mai sognato di portarmi addietro una delle mie macchine fotografiche che mi uscivano dagli occhi, ma le sensazioni ricevute durante quella visita erano state talmente forti che avevo voluto tornare là nel giro di pochissimo tempo portandomi però appresso tutto l’armamentario fotografico che mi consentisse di immortalare in immagini “vive” quel luogo ancora pulsante di santità.

   Allora si usava la pellicola, quindi bisognava attendere lo sviluppo dei film per poter controllare il risultato.

   Tornato a casa, feci subito sviluppare i rullini ma la delusione che provai vedendo il risultato fu cocente: una lunga serie di fredde cartoline …

   Nel giro di qualche settimana ritornai in quel luogo e scattai ancora non so quante immagini … il risultato? peggio di prima.

   Lasciai passare un mese, ma poi volli ritornare perché non capivo come un professionista come me, che realizzava immagini che poi venivano pubblicate su fior di carta stampata, era incapace di tradurre l’emozione che mi prendeva quando mettevo piede soprattutto nella grotta di nuda pietra in cui Francesco aveva dormito, pregato, vegliato ricevute le Stimmate e forse vi era pure morto.

   Non ricordo quante foto ebbi a scattare caparbiamente ancora, ma al mio ritorno, dopo lo sviluppo delle pellicole, osservando minuziosamente l’ultimo risultato, dovetti riconoscere la mia incapacità di tradurre in immagini quelle emozioni che pure erano così forti e vere.

   Le ferie estive erano terminate ed io ripresi rassegnato il mio lavoro di fotografo professionista, belle donne, cataloghi d’Arte e Antiquariato, still life di gioielli, moda, campagne pubblicitarie, non avevo ancora iniziato a lavorare in Sala Operatoria per documentare gli interventi chirurgici e il mio lavoro era ancora particolarmente gradevole … ma ogni tanto il ricordo di quel flop mi tornava in mente.

   Poi venne Pasqua e io con sempre nel cuore l’emozione che quel luogo suscitava in me come per un’attrazione fatale, decisi di tornarci, ma questa volta da solo e veramente “in punta di piedi, con tutta l’umiltà (poca invero) di cui ero capace, per capire cosa mi sfuggisse così ostinatamente nonostante fossi “proprietario” indiscusso di tanto mestiere.

   Infatti questa volta non tornavo più per rubare qualche immagine interessante da mettere in archivio, avrei ancora fatto qualche tentativo ma con un animo decisamente differente, un po’ come quando si fa la prima foto al primo figlio.

   Man mano che mi avvicinavo alla grotta all’interno del Santuario, e tra l’altro quel giorno non c’era nessuno in visita (che strano, mi è capitata la stessa situazione, adesso che ci penso, nel corso della mia ultima visita a Lourdes, c’eravamo alla Grotta solo una giapponese in preghiera, mio figlio Matteo ed io …) cominciavo a rendermi conto che stavo finalmente iniziando a guardare quel luogo con gli occhi del cuore, quello di un povero nessuno come me che si commuoveva al pensiero di quello che poteva essere stata la vita del Santo in quel luogo molti secoli prima in condizioni di vita assurde secondo il nostro modo “moderno” di considerare ormai la Vita.

   Giunto nella grotta mi accoccolai al suo interno su di una pietra piatta stranamente non fredda e, indisturbato, rimasi a lungo fermo pensando anche se non sarebbe stato il caso di nascondere per sempre quella reliquia tra qualche macigno, e mentre pensavo indeciso se separarmi o meno da essa, mi guardavo attorno con rispetto mentre il cuore aveva accelerato i battiti.

   Quasi di nascosto e con disagio poi tirai fuori una piccola ma potente fotocamera che mi ero portato dietro ed iniziai a scattare foto ma non a raffica, cercando poche inquadrature essenziali mentre pensavo come lo stesso Francesco avrebbe potuto guardarsi attorno in quel luogo così selvaggio eppure così “amico” , caldo come il ventre di una madre, e poi mi spostai negli altri luoghi incredibili del Santuario intuendo che era giunto il momento perché mi ero avvicinato a quei macigni con vero rispetto e non per “prendere” e portarmi a casa qualcosa che non mi apparteneva anche se solo su di un pezzo di pellicola.

   Concluderò con qualcuna di quelle immagini sperando di comunicarvi almeno una piccola parte delle mie emozioni di quel giorno.

 

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