LA SERA DEI MIRACOLI

21 aprile 2013

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   Visto che abbiamo finalmente un nuovo Presidente, giovane, poliglotta, autorevole, una figura internazionale Super Partes, e che l’Italia è finalmente salva, lasciatemi raccontare una storiella di quando ero giovane e quando la cosa che più mi premeva, visto che allora si poteva, avendone voglia, era vivere sereno, in semplicità, in allegria e in pace col Mondo intero.

   Nell’afosa Estate del lontano anno in cui, tra l’incredulità dei più, ero stato promosso a pieni voti agli Esami di Stato per la Maturità Classica nello storico Liceo Ludovico Ariosto in quel di Ferrara, mia città Natale, una sera, nel corso di una festa un po’ burina fuori porta in cui ero stato ospite di una nota famiglia di parvenu, ex-contadini della Bassa Ferrarese, che avevano da non molto acquistato una villa da sogno con relativo megaparco annesso, me ne ero inventata una delle mie.

   Un’altra delle mie goliardate, anche se non di “effetto” come quando in occasione dell’apertura del servizio cittadino di filobus, nottetempo, prima dell’inaugurazione, avevo aggiunto in luminosa vernice gialla, la scritta “dal cul” a fianco delle scritte “BUS” posizionate all’altezza delle principali fermate lungo il corso più importante della Città, lo storico Corso Giovecca,.

   Mi sembra di ricordare che la cosa fosse stata anche riportata sull’edizione cittadina de “Il Resto del Carlino” in cui si parlava di un’azione irriguardosa compiuta da ignoti “vandali” mai scoperti.

   Allora, nonostante la lotta politica spingesse parecchio, soprattutto in quelle zone del Bel Paese, ci si faceva coinvolgere volentieri e ridendo a sipario aperto per queste cose: nessuno pensava ancora al suicidio per non saper come riuscire a pagare onestamente i propri debiti.

   Ma torniamo ai nostri amici, recentemente promossi in Società, ma sempre “Zanin dal Luni”, come venivano chiamati  i contadini che si davano appuntamento in Città tutti i Lunedì, giorno di Mercato e di chiacchere in Piazza davanti alla stupenda Cattedrale sul cui frontale sono scritte le prime parole del “Volgare Italiano” … (Nel 1135 nato fò questo Templo a San Gogio consacrato …)

   Allora Ferrara era ancora un piccolo centro e ci si conosceva un po’ tutti, almeno a livello di Borghesia, e non deve suonare strano se anche io fossi al corrente di certe abitudini campagnole d’annata e molto personali del padrone di casa, padre di una nostra compagna di classe di cui mi ricordo ancora il deretano dalle misure spropositate e perché, poverina era sempre sotto periodo mestruale, cosa parecchio imbarazzante in una Classe di Scuola di ventidue maschi e solo due femmine.

   Il Padrone di Casa, un buon uomo che nonostante il recente ingresso in Società (quanti meriti si sono sempre acquistati e sempre si acquisteranno col denaro …) non si era ancora rassegnato (inizio anni ’60) a certe abitudini civili, come l’utilizzo del Water di casa in occasione dell’espletamento di certe funzioni fisiologiche quotidiane, e io, ben supportato da altri compagni di classe sempre complici e presenti al party, lo stavo “curando” discretamente in attesa che si appartasse dietro a qualche albero nel sontuoso parco annesso alla villa per liberarsi del quotidiano surplus gastrointestinale.

   Il momento era giunto: io, pronto a recuperare una pala opportunamente imboscata per l’occasione in zona strategica, avevo intuito che il vecchio si stava preparando per andare a fare i propri bisogni all’aperto in qualche angolo buio e, badile recuperato, quatto quatto,  l’avevo seguito in punta di piedi e, attentissimo a non farmi scoprire, mi ero appostato di nascosto dietro ad un cespuglio alle sue spalle.

   L’omaccione, ignaro, si era calato le braghe sospirando in attesa del sollievo che gli avrebbe procurato tanta liberazione, e, con l’accompagnamento di effetti sonori che disturbavano il frinire dei grilli in amore sotto ad un quarto di luna complice, aveva iniziato ad espellere, una incredibile quantità di materia organica la quale però, invece che depositarsi copiosamente sull’erba per ingrassarla com metodo biologico ante litteram, veniva diligentemente raccolta dalla tazza del badile che io avevo fatto slenziosamente scivolare al buio sotto al suo deretano.

   Finita la funzione e fatto un minimo di doverose e rituali pulizie “igieniche” servendosi dell’erba circostante (peccato mancassero in quel punto le ortiche) e fatte risalir le braghe, comportandosi come qualsiasi altro essere umano, si era voltato per ispezionare l’esito della sua funzione corporale.

   Ma il “deposito” era scomparso, perché io velocemente ed in silenzio avevo “ritirato” il badile col suo carico di m. e l’avevo fatto scomparire in silenzio dietro al tronco del grande salice testimone silenzioso  e sicuramente divertito della scena boccaccesca appena avvenuta nella penombra notturna e io mi stavo già preparando a rientrare velocemente nella mischia della festa prima che qualcuno si accorgesse della mia assenza, ma non senza aver scaricato subito il contenuto del badile dietro alla pianta secolare.

   Il tutto mentre il pover’uomo, disperato, stupito, incredulo, cercava, cercava, cercava e non trovava.

   Ma nella fretta del momento e preoccupato solo di allontanarmi al più preso dal luogo del misfatto, io non mi ero reso conto di aver scaricato il corpo del reato non tanto sul terreno quanto sulla corazza di una povera e innocente grossa tartaruga che, gli annali raccontano, molto indignata per come era stata trattata nell’alcova provvisoria in cui si era sistemata per la notte, aveva logicamente deciso di spostarsi dal quel luogo in cui le era piovuto addosso dal cielo una pioggia molto poco gradita e aveva iniziato a dirigersi verso altri lidi meno pericolosi …

   E quali lidi ?

   Di lì ad un quarto d’ora infatti, nel bel mezzo della festa, all’ingresso della veranda prospiciente all’immenso giardino dove si stava ballando e cercando ci cuccare, almeno per quel che si riusciva con qualche ruspante inserviente dall’interessante “Sdaz ad burazina”, ecco apparire a passo lento dal buio la povera bestiola con tanto di torta di cacca sul dorso in mezzo all’ilarità della folla stupita e divertita dall’evento.  

   Per la cronaca, Sdaz ad burazina sta per “Culo da canapa”, filato molto ecologico e un pò ruvido usato, almeno allora, prima della Rivoluzione Culturale, per le lenzuola del letto su cui dormivano le sane contadine locali.

   Ed ecco, tra risate, battutacce e lazzi vari, sopraggiungere il padrone di casa, appena rientrato pure lui, ancora affannato e preoccupatissimo per gli esiti negativi delle sue ricerche, e che facendosi largo in mezzo ai presenti che si stavano scompisciando per le risate incominciò a dire (e lo dico in dialetto addomesticato per far comprendere a tutti): … ohi … mò questa è la sira di miracul, prima, am sont andé a cagher in fond al zardin e la merda a l’angh a gnera piò e adés l’ariva sta bestiola cunt ‘na merda an cò …

   Una storiella vera per davvero, un ricordo delle mie mattane di gioventù che non c’entra nulla col panorama, anche digitale, volendo, che oggi si vede affacciandosi alla finestra, almeno spero.

   Senza offesa.

 

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