L’epopea del formaggino

30 dicembre 2013

sal

Siamo arrivati alla fine del 2013 e vorrei salutarvi con una storiella veramente vera e molto personale dedicandola a chi, nel casino generale, ancora trova tempo e voglia di leggere quel che scrivo mentre cerco di far spuntare qualche morale dal sottoscala del mio Io.

Un aneddoto tratto da un periodo della mia vita di quasi cinquant’anni fa, durato oltre interminabili 12 mesi e che allora non ho vissuto a cuor leggero, troppo immaturo per capirne appieno le dure ma sane logiche, quando lo Stato, scaricandomi sulla zucca un fulmine a ciel sereno, quando tutto faceva supporre che avrei ricevuto d’ufficio il Congedo Limitato Provvisorio (si chiamava così) mi ha vestito senza troppi complimenti di verdolino, rapato a zero, e fatto ritrovare burbetta anonima di Leva, letteralmente catapultato a mille chilometri da casa mia e dalle mie abituali condizioni sociali di vita quotidiana.

Chi mi ha letto su questo Blog nei mesi scorsi, forse si è già sorbito, anche se appena accennata, questa storiella di quell’arco della mia vita in cui sono stato costretto dallo Stato a vivere inchiodato per oltre un anno in quel di Macomer, Brigata Sassari, Fort Apache, beneficiato in tutto il periodo di ferma da un’unica Licenza, l’unica che per Legge non mi potevano negare, l’Ordinaria, oltre a qualche breve permesso, unicamente grazie alla benevolenza del mio Comandante.

Il tutto come ritorsione (mai riconosciuta ufficialmente) perché avevo ritardato per anni la mia partenza per la Naja sino all’ultimo minuto secondo concesso a termini di Legge a chi come me era regolarmente iscritto all’Università, ma soprattutto perché quando me ne era stata fatta richiesta in apposita Sede, avevo espresso chiaramente ad una persona “sbagliata” con le Stellette la mia volontà di NON fare il Corso Allievi Ufficiali.

Da incosciente avevo verbalmente motivato quella decisione con tutte le indelicatezze verbali della mia inesperienza, ancora proiettato su fantasie giovanili puramente teoriche mentre affermavo incoscientemente a ricarico di quel discorso già abbastanza pericoloso, che ero convinto che il Servizio Militare fosse una buffonata, una cosa inutile, una perdita di tempo, una celebrazione dell’autoritarismo e della violenza, una soluzione “professionale” per individui incapaci di far altro nella vita, un covo di guerrafondai …: quelli come me li chiamavano “obiettori di coscienza” ma non erano ancora state inventate destinazioni parallele e suppletive al Servizio di Leva e si rischiava di andare a finire a Gaeta per diserzione …

Acqua passata, torniamo alla storiella …

… In un tardo pomeriggio di tarda Primavera stavo tornando in caserma in compagnia di un commilitone, napoletano verace, mio coetaneo, anche lui “anziano” come me rispetto all’età media dei nostri compagni d’arme, certo Sandro Perna probabilmente poi laureatosi in Legge, una volta tornato civile, ed anche lui come me svolgente funzioni in Maggiorità ed incazzato nero per aver dovuto forzatamente mollare, per un anno almeno, casa, vita, interessi, lavoro etc.

Stavamo discutendo sulle assurdità in cui tutti eravamo coinvolti tipo quella mia di qualche giorno prima quando avevo schivato veramente per poco una “punizione” perché durante la distribuzione della prima colazione, tutti in fila alle spalle delle casermette in cui alloggiavamo (tipo Centro di Accoglienza a Lampedusa) all’aperto, tanto per darci la sveglia col frescolino delle prime luci dell’alba, in canottiera, mutande e scarpacce tattiche color mattone, io ero stato accusato da un caporale di giornata tanto ingiustamente quanto stupidamente, di aver “rubato” un formaggino in più rispetto alla dose assegnata dal Regolamento.

Un caporale a cui stavo sulle p… perché lui dichiaratamente proletario, io universitario e figlio di papà e quindi appartenente ad una classe sociale per lui “nemica”, e poi ero uno (secondo lui) dei privilegiati che lavoravano in un ufficio e direttamente agli ordini del Comandante del Battaglione, un “lecchino” insomma, un servo ruffiano del Potere.

Le solite invidie ipocrite, immotivate in termini pratici e ben corroborate da una stretta parentela con insanabili complessi di inferiorità e tanto orgoglio per il “Potere” che gli sembrava derivare da quel “baffo nero” sulla manica oltre al quale le sue ambizioni non riuscivano a salire ma che gli davano anche la misura di quanto poco in effetti quel suo Potere valesse creandogli ulteriori stress, le Guardie, le esercitazioni in tuta mimetica .

Allora già mangiavo alla Mensa Ufficiali nella Palazzina Comando (per questioni di orari di lavoro, spesso infami, visto il peso degli incarichi burocratici che affidavano solo a me, viva la fiducia!).

I Computer allora non esistevano e la registrazione su carta di tutto il movimento truppa di quel CAR era stato affidato a me che ben altre preoccupazioni avevo oltre a quel triangolino puzzolente avvolto nella stagnola e per colazione, al massimo, la mattina, bevevo un bicchierino di quel liquido che chiamavano con molta fantasia “caffè” e regalavo pure a chi le voleva quelle sei sigarette “Nazionali” che lo Stato ci forniva magnanimamente oltre alle 100 Lire scarse di paga giornaliera di fante …

Il tutto mentre la mia vita “militare” si alternava tra gli impegni della vita di Compagnia d’Arme, le “Guardie” sempre notturne, maledizione, le esercitazioni in mimetica ed il giornaliero lavoro a scrivania, spesso protratto sino a notte tarda.

Non che la cosa mi dispiacesse più di tanto: avevo un ufficio tutto mio e intanto così il tempo passava più veloce ed in proporzione non c’era tempo più di tanto per gli incubi della prossima futura angosciosa realtà che mi attendeva nella futura vita civile al mio ritorno dato che già sapevo che, tra mille altri problemi, non mi avrebbero riconfermato  il mio posto di lavoro.

Mentre stavamo frettolosamente rientrando dal piccolo centro abitato di Macomer, lontano qualche chilometro di sassi e nulla più dalla Caserma Bechi Luserna, allora, non come adesso, veramente isolata e distante qualche migliaio di passi dal paese, quelle quattro case e l’ospitale Motel Agip che ci davano l’illusione di vivere ancora in un mondo civile.

La strada del ritorno era lunga, dopo quella specie di libera uscita che ci veniva concessa magari obbligati ad indossare e tenere ben abbottonato assurdamente il pesante cappotto, quello “tattico”, anche se la temperatura in quel luogo era 15° più alta di quella del luogo da cui qualche genio con le spalline pesanti mezzo chilo di lustrini dettava gli Ordini, ed il Regolamento doveva venire rispettato da Ponte di Legno, a ROMA, a Catania … a Macomer, per l’appunto, se no, se incrociavi la Ronda venivi punito e fatto rientrare a calci in culo … in attesa di altre poco piacevoli conseguenze.

Mentre camminavamo stanchi ma a grandi passi lungo quella strada troppo lunga perché ci rubava tra andata e ritorno mezzo tempo di Libera Uscita, allora solo un striscia di asfalto spesso sconnesso tra sassi e cardi, i cosiddetti “tubi”, in mezzo all’altopiano e con la compagnia senza soluzione di continuità di un vento cattivo, mi ricordo con tristezza che avevamo incrociato un pastore che sul suo cavallo precedeva di poco il gregge che stava riconducendo all’ovile.

Unica testimonianza di vita umana in quel momento tra noi e la Caserma Bechi Luserna.

Io che già ero angosciato perché non mi volevano concedere una Licenza che mi serviva veramente per ragioni personali, e perché stavo vivendo una momentanea situazione contingente lontana anni luce dal mio ambiente, dalla mia cultura, dal mio mondo in cui chiedersi “perché?” per ogni cosa era più doveroso che lecito e l’obbedienza cieca e assoluta mentale e corporale era da offrirsi solo a chi se la meritava (o almeno credevo così, allora) in un momento psicologico in cui gentilezza, attenzioni cortesi, apertura mentale, forza della Logica, CULTURA, educazione, desiderio di contatto umano erano per me preponderanti e vitali, mentre incrociavamo quel pastore che ci stava passando accanto, lo guardai in volto e sorridendo gli rivolsi un caloroso saluto.

Ma lui, senza nemmeno restituire lo sguardo, tirò diritto in silenzio per la sua strada.

Adesso ridete pure, ma vi confesso che già sull’orlo di una crisi di scoraggiamento mi misi a piangere per tanta durezza ed insensibilità gratuite.

In fin dei conti, anche se allora, soprattutto da quelle parti, erano i tempi dei sequestri di persona e dei Baschi Blu, e le “Divise” militari non venivano guardate di buon occhio, noi eravamo solo due ragazzi, “stranieri”, inermi, soli.

A quel punto quel miscredente reo confesso di Sandro, il compagno d’arme con cui stavo rientrando, come un padre, mi prese affettuosamente a braccetto e mi sussurrò con fare confidenziale: … abbrù (mi chiamo bruno) nun te cruccià … il Saluto è solo degli Angeli.

Non dimenticherò mai quelle parole.

Ed ecco perché tutte le volte che vedo comparire sul video quel tale Francesco con la tonaca bianca atteso ogni giorno da migliaia di persone sotto acqua, sole, neve o vento, immobili, amorosi … aspetto incantato di ascoltarlo mentre, prima di ogni altra cosa, rivolge il suo Saluto a tutti, un Saluto che non è una formalità ma una espressione di un animo gentile, vero, forte, a prova di cattiveria umana.

Il Saluto, un’offerta di Pace e di Serenità, un gesto umano, un gesto semplice ma non per questo meno grandioso di altri solo apparentemente più impegnativi, socialmente, politicamente …

Lo capiscono tutti, belli e brutti, persino chi nell’ombra frigge per il dispapunto.

E chi poi fa finta di non capirlo, lo fa solo per cercare di mascherare anche davanti a se stesso i suoi problemi di piccola statura che nessun rialzo nelle sue ciabatte potrà mai superare o colmare, come capitava a quel caporale che contava i formaggini …

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