IL GUSCIO DELLA TARTARUGA

3 giugno 2014

ttr   Sempre più spesso, facendo trattamenti terapeutici e non solo, mi capita di incontrare persone “tese”, parzialmente o totalmente contratte come se quella specie di guscio di tartaruga che tengono indossato a mò di corazza fosse l’unico modo valido per difendersi da un mondo circostante ostile che Deve esser combattuto ad ogni costo in ogni sua manifestazione.

   Sicuramente questo comportamento ha strettamente a che fare con la natura umana che generalmente porta gli individui ad essere sospettosi e prevenuti non appena iniziano sin dalla più tenera età ad avere i primi contatti sociali e scoprono che la vita non è fatta solo di diritti e che ognuno possiede un proprio orticello più o meno grande da cui attingere frutta e verdura fresca e gratis, ma, sorpresa, ben circoscritto da confini precisi da cui non sempre si è autorizzati ad uscire solo di propria iniziativa.

   Il problema è che la corazza da psicologica presto diventa fisica ispessendosi a ruota libera e allora diciamo che se una predisposizione a queste tensioni da una parte può essere ben compresa visto l’aria che tira di questi tempi, non è che ciò fornisca un avvallo automatico sulla correttezza di questo status inteso come unica cautela preventiva valida nell’arco della vita quotidiana.

   L’antica saggezza di chi si è reso conto sin dalla notte dei tempi della giustezza di saper “assorbire” la possibile violenza altrui senza rispondere alla forza con la forza e sfruttandola per rivolgergliela contro in caso di necessità e che con ciò ha fissato la prima Regola delle Arti Marziali, quelle che nelle intenzioni primordiali avrebbero consentito ad un essere inerme di sapersi difendere sapientemente “solo” con cervello e mani anche da un aggressore armato, ha anche reso evidente l’inutilità della filosofia “dobbiamo esser duri come rocce” primo vero ostacolo per una reattività funzionalmente corretta che dovrebbe esser fatta più che altro di interfacciamenti “pazienti” ed equilibrati col prossimo e con la vita.

   Quando poi questa rigidità psicologica ancor prima che fisica assume valenze incontrollate è l’organismo umano stesso ad “aiutarla” inconsapevolmente cessando di produrre le sostanze biochimiche essenziali (a base di potassio) per mantenere le sue fibre muscolari uniformemente rilassate ma pronte, disponibili per una attività normalmente efficiente anche molto impegnativa senza bisogno di alcun preavviso.

   Questo modo di vivere in tensione è diventato talmente automatico e purtroppo “normale” da sembrare talvolta “normale” e per recuperare equilibri sotterrati è necessario svolgere una vera e propria azione di forza nei confronti del proprio IO costringendolo periodicamente a cercare delle pause che aiutino a ripristinare quello stato psicofisico che ci restituisca il ruolo di veri padroni della nostra vita, delle nostre scelte, del nostro equilibrio mentale ed organico.

E quando da soli non ce la si fa, perché vergognarsi di riconoscere le proprie debolezze mascherate per una forma di autodifesa da energie imbattibili e non farsi invece aiutare con un minimo di umiltà da chi ne é in grado?

 

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