DIARIO DI VIAGGIO, DATA: 15 Novembre 1997

7 agosto 2014

Libia Sahara libico

(oggi ho tempo e vi racconto una storia un pò lunga)

Viaggio di lavoro nel cuore della Libia, fase di rientro, penultima tappa prevista Ghadamìs, frontiera libico-tunisina, questa volta siamo solo due equipaggi (senza guide obbligatorie fra le palle) sulle relative jeep, 4 persone.

(Dato che di foto del Sahara, belle, bellissime, ma quasi sempre solo “cartoline”, un ricordo di viaggio da mostrare esibizionisticamente, persino Internet ne è inflazionata, propongo solo quella del titolo che non è nemmeno mia)

Alla fine di un grande giro nel Sahara libico, Akakùs compreso ai confini col Tassili algerino, ma fuori dalle solite piste, ultima tappa importante dopo quella della grandiosa duna di Murzuk, era stato l’Erg di Ubari, ma ormai eravamo tornati in prossimità delle soglie settentrionali del Sahara, abbastanza stanchi ma soddisfatti del lavoro eseguito.

Viaggio di lavoro?

Si, la memorizzazione tramite GPS di punti precisi che sarebbero serviti per poi pianificare a tavolino un tragitto decisamente avventuroso rispetto a quelli all’acqua di rose organizzati da apposite Agenzie, e proporre ad una carovana di turisti veramente “avventurosi” di lì ad un mese, giusto per un tour di fine anno, un vero viaggio in luoghi magici, poco conosciuti e fuori dal Mondo dove con un po’ di fortuna e tanta fatica e pazienza si riescono a trovare (e rispettosamente non toccare) ancora punte di frecce, scuri di selce, frammenti di meteoriti, schegge di “vetro” del Sahara, fossili di trilobiti … altro che le famose “rose del deserto” reperibili su qualsiasi banchetto beduino per turisti.

E tutto questo poi destinato a gente che senza navigatore, di solito, fuori di casa propria non trova nemmeno il cesso più vicino, gente che dopo il solito viaggetto nel Sahara, se ne va a Cortina a riposare per un mese, gente a cui interessa solo poter raccontare con aria complice … io sono stato anche lì … ed a cui in realtà spettacoli della natura come quelli che incontri in quella zona, gli procurano emozioni inferiori ad una giornata di shopping in Montenapo, ma quel mondo va così.

Un mondo che vive nella bambagia e può comperarsi tutto tranne che la Salute, e fatto di gente anche molto particolare tipo un gruppetto che in uno di questi viaggi aveva partecipato con ben due Jeep, la prima per moglie e marito che in quanto a capacità di guida avrebbe avuto problemi a posteggiare anche sotto casa sua, la seconda guidata da un non meglio identificato “collaboratore” famigliare.

Questo automezzo era per metà carico di salviettine profumate e scottex che la donna utilizzava in continuazione anche durante gli spostamenti, incollata al sedile di un auto il cui motore non veniva mai spento per non far cessare il flusso dell’aria condizionata e da cui non scendeva mai se non a tappa ultimata.

Tutto il viaggio a fregarsi mani e volto con quella carta pur senza aver toccato null’altro che i suoi interni quotidianamente puliti con un piccolo aspirapolvere a 12 volt … in pieno Sahara … mi stupisco ancora che per mangiare non usasse posate sterilizzate in confezione stagna … o forse usava anche quelle?

Oppure quell’altra “compagna” di viaggio di un tipo “gasato”, mentalmente incasinato come pochi, ma che almeno lui sapeva guidare e non si insabbiava mai costringendoci come altri a fermarci e a tirarlo fuori dopo ogni duna “difficile”, una donna molto “impostata” che durante tutto il viaggio non faceva che leggere un libro e non voleva mai guardar fuori dal finestrino … perché lei avrebbe voluto andare alle Mauritius e non perdonava per nessuna ragione il suo ganzo che l’aveva costretta a seguirlo in quella avventura …

Va bè, era ormai sera quando arrivammo in frontiera con la Tunisia, giusto in tempo prima che come sempre la chiudessero sino alle luci dell’alba del giorno dopo, e ligi alle regole avevamo attraversato a passo d’uomo tutta quell’ampissima zona disastrata, piena di macerie e di sporcizia, un letamaio lasciato tale e quale ancora a distanza di anni dopo i bombardamenti americani di parecchio tempo prima sulle corna di Gheddafi e forse sin da prima ancora, viste le abitudini locali non proprio da igienisti.

Mi aveva colpito durante quella tranche di tragitto, non tanto qualche carogna puzzolente di animale, dromedari e cani, lasciati menefreghisticamente, pardòn, con spirito fatalistico, a marcire lì per terra tra tutto il resto, quanto una specie di voragine in mezzo a costruzioni diroccate e ad lato di un traliccio “esploso”, da cui uscivano tipo mazzo di fiori e per parecchi metri per aria, non so quanti megacavi elettrici bruciati, rimasuglio di una linea sotterranea per alta tensione che sicuramente era stata un obbiettivo importante di quei bombardamenti.

Arrivammo finalmente al blocco con le isolette di cemento transennate al terminale del posto di Polizia di Frontiera e consegnammo subito i nostri documenti al militare serissimo che ce li aveva cercati tutto impettito nella sua impeccabile divisa che già stonava col panorama circostante, ma si sa, mai pretendere più di tanto se non da noi stessi.

Mentre attendevamo che venissero espletati tutti i controlli e tutte le noiose ed inutili (almeno nel nostro caso) formalità di rito, feci notare al mio momentaneo compagno di viaggio che era alla guida della Jeep su cui mi trovavo in quel momento, un cartello che in varie lingue informava che in quel luogo era ASSOLUTAMENTE vietato fare fotografie.

Ed ecco uscire di corsa dalla Stazione di Frorntiera un omino in ciabatte, vestito all’araba con una vaporosa tunica immacolata, impeccabilmente bianca, e che impugnava in una mano uno scopino senza manico tipo la famosa “scopa Pippo” e nell’altra una paletta di plastica.

Subito si metteva alacremente al lavoro tra le prime due isole di stazionamento sollevando un mucchio di polvere mentre ma riuscendo a rimuovere solo un po’ della sporcizia ivi depositata chissà da quanto tempo.

Una scena da film.

E mentre commentavo … si vede che sta arrivando qualche personaggio importante e non vogliono rapporti negativi sull’efficienza della Stazione … distraendomi da quello che stava facendo il mio driver, quel pirla tirò fuori una minuscola macchinetta fotografica e senza farsi vedere, fece INCOSCIENTEMENTE click per immortalare l’evento !!!

Sì, incoscientemente, perché da quando eravamo arrivati ormai la luce era scesa ulteriormente e si era vicini all’ora del tramonto, sicché la macchinetta, tanto disgraziatamente quanto automaticamente, fece diligentemente scattare anche il flash …

Un piccolo lampo, ma dalle reazioni verificatesi in quel luogo sembrava che fosse scoppiato un attentato, mancava solo il suono delle sirene, guardie che partivano correndo e urlando a squarciagola alla nostra volta frasi incomprensibili e che subito si facevano consegnare senza troppa delicatezza l’innocente fotocamera sequestrandola per poter controllare il suo contenuto di foto.

Tra l’altro in quel momento c’eravamo solo noi quattro italiani in quel posto di confine, ed in effetti per tutto attorno non c’era alcun obiettivo strategico da documentare, nessuna infrastruttura degna di interesse.

Che fossimo spie di qualche organizzazione clandestina per lo smaltimento dei rifiuti?

Che fossimo terroristi che a loro insaputa volevano fotografare tutta la rumenta per poi rubarla e venderla arricchendoci a loro insaputa?

Non esistevano ancora le macchinette digitali, quindi il rullino avrebbe dovuto venir sviluppato, le foto stampate ed esaminate da qualche genio competente, un iter che avrebbe richiesto parecchie ore visto dove ci trovavamo, e così fu.

Una Jeep militare partì sgommando di lì a poco per non so dove per far sviluppare rullino e foto e chiedere ulteriori direttive.

Figurarsi, il tempo scorreva lentissimo, ormai era sceso il buio e noialtri, decisamente preoccupati per la reazione dei militari, attendevamo nervosi che almeno ci dicessero qualcosa, che sequestrassero pure la fotocamera e ci lasciassero andar via senza rappresaglie di sorta … in fin dei conti spostando la macchina fotografica il flash poteva anche esser inavvertitamente partito da solo … niente da fare.

“Siate seri, avete commesso un reato e adesso aspettate tutto il tempo necessario: dobbiamo fare dei controlli sulle foto, su di voi, nelle vostre auto, sui documenti personali e su quelli di viaggio con relativi permessi” … questo il succo del sermone che in buon italiano ci fece il Dirigente della Stazione di Frontiera.

Si vede che poi l’hanno spedito in Italia a fare da insegnante per i corsi della Guardia di Finanza, di Equitalia (che ancora non esisteva) e compagni

Mai dimenticarsi che quelle parti, una volta attraversato il Mediterraneo, le cose funzionano sempre in un altro modo, molto peggio che da noi, nel Bel Paese, almeno in Burocrazia e soprattutto non appena sulle spalline di qualche divisa spunta un baffo da caporale.

Una volta rovesciata la pentola è imperativo categorico non perdere mai la calma, la dignità, bisogna armarsi di tanta pazienza sperando che qualche animo zelante non si inventi complicazioni e mai, soprattutto se si ha paura, mai farlo vedere senza dimenticarsi che non si può mai scherzare con chi ha il fucilino in mano.

Ci fu imposto di posteggiare in un luogo appartato e controllato a vista sotto alla luce rossastra di un vecchio lampione e una volta posteggiate le Jeep e scesi a terra, avevamo iniziato a leccarci silenziosamente le “ferite” facendo tra noi ragionamenti e valutazioni su quel vero e proprio atto di sequestro di persona per futili motivi, perché a nostro parere sarebbe stato sufficiente sequestrare il rullino, al limite la macchina fotografica e farci pagare una multa.

A parere nostro, non quello dei militari che ci avevano bloccato.

Macché, le ore passavano, non succedeva nulla, ormai era praticamente notte, all’ora del pasto nessuno aveva avuto fame e non contribuiva certo a farci venire appetito il via vai di qualche guardia che ogni tanto si avvicinava con in mano qualcuno dei nostri passaporti, ci scrutava in volto e poi osservava qualcuna delle nostre foto, e si rigirava il tutto fra le mani con fare minaccioso scrollando il capo alla … adesso ti faccio vedere io chi sono e come ti devi comportare in questo paradiso di civiltà, cosa vi credete di essere e di poter fare, chi vi ha detto di venir qua? … e riprendeva il suo avanti indietro manco dovessimo venir guardati a vista per chissà quale crimine commesso.

Il tempo trascorreva e non succedeva nulla se non il solito rito dell’avanti indietro di qualcun altro in divisa che aveva dato il cambio iniziando un nuovo turno di guardia e che veniva a far finta di controllarci, tanto per tenerci sulla corda, sicuramente, sino a quando io decisi che era giunta l’ora di decidersi a mangiare qualcosa, anche per pensare ad altro e cercare di sciogliere un po’ la tensione perché le facce delle guardie non facevano presagire nulla di buono e noi eravamo lì indifesi, privati di tutti i documenti, con quasi tutto il carico delle Jeep fatto mettere a terra, stanchi, sporchi, preoccupati seriamente, bloccati senza remissione e in braghe di tela.

Così iniziai a scaldare dell’acqua e poi mi misi a preparare una bella dose di spaghetti e di sugo … il cui profumo prima era leggero, ma, poi spargendosi tutto attorno nell’aria leggera della notte, era diventato invitante e così, guarda caso, i “controlli” dei militi si succedevano sempre più spesso, al punto che scoprimmo che qualche guardia, non solo l’Ufficiale capo di Stazione, sapeva improvvisamente esprimersi anche in lingua italiana.

Non c’è bisogno di dire come questi scambi verbali si facevano man mano sempre più cordiali da parte degli uomini in divisa, mentre gli spaghetti cuocevano e mentre tiravamo fuori anche scatolette di tonno, fagioli e birra, datteri e pistacchi e una superstite tavoletta di cioccolato …

Molto ruffianamente chiesi ai “fieri funzionari” presenti se qualcuno voleva favorire …

Volevano, volevano, e guarda caso mentre tutti i nostri documenti cominciavano a ricomparire a spizzichi e bocconi, qualcuno, a bocca piena, ci consigliò benevolmente che era inutile fare poi tutta quella fatica a ricaricare sulle Jeep le vettovaglie, tu capisciammé, carico per noi diventato, secondo loro, ormai inutile e ingombrante, lattine di birra comprese, tanto il viaggio era ormai terminato e al massimo da lì a qualche ora tutto si sarebbe risolto e all’alba che era ormai prossima, avrebbero riaperto la frontiera, ma sì, anche per noi che dopo qualche centinaio di chilometri di Tunisia, saremmo saliti sulla gloriosa Habib, la nave che ci avrebbe riportato da Tunisi a Genova.

Diciamo che ho colorato un po’ i termini della vicenda, ma il fatto, al 99% è successo veramente e la tensione che si era creata avrebbe potuto sfociare in qualche cosa di veramente pericoloso perché in quelle situazioni si è alla mercé di chiunque indossa un’uniforme.

La traversata di ritorno per l’Italia quella volta avvenne col Mediterraneo a forza7 : io, solito incosciente, aggrappato al parapetto di un ponte con la bufera degli spruzzi che mi lavavano la faccia (e mi scaricavano i nervi) mi divertivo a vedere dall’alto del ponte su cui mi trovavo, gli stabilizzatori della nave che tra un onda e l’altra, vibrando paurosamente emergevano completamente dal centro del ventre della nave che sembrava prendesse il volo e poi ricadeva sbattendo sull’acqua con tutte le sue tonnellate di acciaio tra onde alte come palazzi, poi arrivò un Ufficiale di bordo che apostrofandomi con male parole (giustamente) mi fece velocemente rientrare al coperto, ma lui non sapeva cosa stavo “scaricando”.

La sera poi, seduti nel grande salone dove era pronta la sontuosa cena e tutti i camerieri aspettavano pazientemente in piedi che qualcuno si facesse vivo, c’eravamo solo io e mio figlio maggiore che non sappiamo cos’è il mal di mare, perché tutti i passeggeri o stavano vomitando l’anima o stavano vomitando l’anima imboscati in cabina o chissà dove, mentre noi mangiavamo a quattro palmenti chiedendo pure un “supplemento” di harissa, e intanto commentavamo ancora increduli di essercela cavata tutto sommato così a buon mercato poche ore prima: è tutto vero, parola di lupetto.

Tutto questo accadeva anni fa quando c’era ancora al Governo quel cattivone di Gheddafi.

Ma adesso, per fortuna, tutto è cambiato, il Dittatore è stato terminato … però, in Libia, ma anche in Algeria, in Egitto, o anche più a Sud, se proprio ci tenete, andateci voi a fare i turisti fuori dalle mura di cemento blindato di qualche “accogliente” albergo di quei paesi per non vedere un c…zo oltre al pavimento azzurro di qualche piscina per turisti, pena la possibilità molto reale ed attuale di rimetterci il fondo dei pantaloni e anche di più.

Ciò non toglie che una parte del mio cuore è rimasta tra quelle sabbie rosse, peccato non poterci tornare più a vivere di quelle immagini e di quei silenzi.

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