MAI PERDERSI D’ANIMO

11 febbraio 2016

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Col casino che c’è in ballo ovunque e comunque sulla faccia di questa Terra, oggi parlo a ruota libera e basta …

Qualche mese fa mi sono calato una volta di più sottoterra nel ventre di una montagna alla ricerca di qualche minerale da collezione, come ogni tanto riesco a fare in compagnia di un compagno di avventure ben collaudato che come me sa come muoversi con prudenza e possiede le idee ben chiare su ciò che bisogna fare senza improvvisazioni sconsiderate in certi luoghi ed in certe situazioni non certo rilassanti e rilassate come quelle di una passeggiata nel bosco con gli uccellini che cinguettano.

Come sempre ero ben equipaggiato in quanto ad abbigliamento tecnico, scarponi, casco, funi, ganci, gli immancabili scalpello e mazzuolo, sorgenti di luce a grande autonomia, un rocchetto di 300 metri di nylon (Pollicino consiglia per ritrovare la strada di … casa) e tutto quanto serve ancora per contenere al massimo i rischi dell’imprevisto.

Non vi dico il nome della montagna esplorata tanto è molto improbabile che riuscireste a raggiungerla in quel percorso fuori strada sui Pirenei se non avendo le idee molto ben chiare sulla zona e sul percorso da fare, comunque eravamo scesi parecchio in profondità e continuavamo a scendere sempre di più dato che era una “giornata no” e non si trovava nulla di particolarmente interessante.

Mentre procedevamo, la luce della torcia sul mio casco aveva illuminato per qualche istante l’interno di una cavità nascosta sul “soffitto” di pietra di un cunicolo laterale della galleria principale, quando il cuore mi dette un balzo poiché la sensazione di un riflesso violaceo mi aveva “fucilato” retina e riflessi.

Non ci potevo credere, con tutte le centinaia di persone che sicuramente erano passate di lì in tanti anni dopo che la miniera era stata ufficialmente chiusa, possibile che nessuno avesse visto quegli stupendi cristalli emersi di Fluorite?

Unico particolare: i cristalli erano attaccati molto saldamente alla roccia dura come il granito mentre, proprio in quel punto, il suolo sottostante che sembrava quasi sabbioso dava la sensazione di una possibile friabilità aiutata da una forte pendenza e quindi la situazione richiedeva particolare attenzione.

Mentre richiamavo il mio compagno, mi sono organizzato trovando una posizione apparentemente stabile ed ho iniziato a scalpellare per recuperare il minerale, ma sul più bello, mentre facevo leva con tutte le energie per staccarlo definitivamente dalla roccia, quello finalmente mi rimaneva in mano, ma il terreno sotto ai miei piedi iniziava a franare slittando verso il basso e trascinandomi con sé nella medesima direzione, per nulla simpatica, senza che riuscissi a trovare nessun appiglio a cui agganciarmi per poi risalire.

Non sono sceso di molto in realtà, una decina di metri al massimo, ma sufficienti per sentirsi momentaneamente persi … mi trovavo praticamente all’interno di quel che tecnicamente viene chiamato un “camino”, e da solo non ce la potevo fare a risalire perché, appena mi muovevo, il fondo del terreno estremamente ripido slittava verso il basso tirandomi con sé e nel frattempo il mio casco con faretto che stupidamente non avevo tenuto allacciato sotto al mento se ne era volato chissà dove lasciandomi nel buio totale perché il sacco con le luci di riserva era rimasto nella galleria superiore ed io che avevo mollato anche scalpello e mazzuolo (… ma non certo quel mezzo chilo di stupendi cristalli di fluorite …) e mi trovavo in una situazione non proprio piacevole.

Calma e sangue freddo, mi rendevo conto della gravità della situazione ma mi mantenevo lucido convinto di poterla risolvere.

Il mio compagno di avventura che nel frattempo aveva raggiunto la bocca del pozzetto in cui ero finito, mentre giustamente preoccupato non la smetteva di rivolgermi apprezzamenti non certo estratti da un libretto di catechismo, mi gettò subito una fune e, trovato dove attaccarsi in sicurezza senza incorre in ulteriori pericoli, iniziò ad aiutarmi nella faticosa risalita tirandomi su con tutte le sue forze.

Sì, una prova di forza e di calma per entrambi, con me sempre al buio fitto sino all’ultimo quando cioè stavo per riaffiorare ormai nella galleria superiore.

Il terreno continuava a cedere verso il basso ed io mi dovevo muovere con gambe e braccia allargate, tipo ragno, per mantenere la massima aderenza possibile al suolo che per fortuna era solo umido e non fangoso.

Non esagero, almeno venti minuti per riuscire a risalire quella decina di metri ma io, che non mi ero dimenticato del motivo che mi aveva spinto in quel posto, appena messi i piedi al sicuro, tirato il fiato e recuperata un’altra torcia, per nulla condizionato da quanto mi era capitato, mi misi a cercare se per caso non c’erano altri cristalli da recuperare …

Poca roba, pazienza, meglio accontentarsi del mio piccolo bottino e riprendere la strada del ritorno recitando nella mente qualche preghiera di ringraziamento per quel’angelo custode che non si è ancora stancato di proteggermi.

Un’esperienza da non ripetere, anche se non ne faccio una tragedia e poi fa comunque parte del gioco, e a pensarci bene una riprova di come l’istinto di conservazione, se si mantengono i nervi saldi, fornisca gli strumenti psicologici e fisici per non farsi condizionare dalle situazioni negative e superarle, anche le peggiori.

L’imperativo categorico è non perdersi mai d’animo e possedere una incrollabile volontà di reagire assieme a quel minimo di energie che consentono di utilizzarla al meglio, ma soprattutto la coscienza di possedere un organismo con le giuste risorse ed una perfetta conoscenza del proprio corpo oltre che del proprio animo, dei loro limiti e delle loro possibilità.

Perché ho raccontato questo episodio?

Lo capirete leggendo un prossimo post in cui forse vi racconterò di un lato della nostra persona fisica che sicuramente non conoscete anche se siete convinti di esserne totalmente padroni.

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