UN AMORE PARTICOLARE

6 giugno 2016

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Sin da piccolo il mio colore preferito era il “Viola” e nel corso degli anni mi sono trovato a fare delle scelte direi “automatiche”, soprattutto negli acquisti, perché guardando bene oltre alle righe c’era sempre di mezzo quel colore che faceva da catalizzatore.

Solo da pochi anni, purtroppo, ora so quanto ho perso, da qualche sommerso neurone ereditato da non so chi, è finalmente emersa la mia passione per i minerali, per i cristalli che sono un miracolo della Natura, e per un minerale, in particolare.

Voi subito direte, di certo per gli ametista con quelle sfumature cha vanno dal lilla al viola più carico.

Niente di più sbagliato.

I cristalli di ametista, soprattutto quelli brasiliani viola scuro, possiedono una colorazione molto bella, elegante e attraente ma per me sono un po’ come certe “stampe d’arte”, belle ma fredde.

I cristalli che attraggono maggiormente la mia attenzione sono quelli della Fluorite, tecnicamente, fluoruro di calcio, che può assumere anche altre colorazioni pure mixate fra di loro, ma essenzialmente violacee.

Minerale non raro e poco intrigante per un occhio inesperto quando poco illuminato e visto nell’insieme delle sue masse grezze private di ogni “fioritura” cristallina.

Ma non come si può presentare sia all’interno di geodi, sia quando in miniera vedi affiorare le sue geminazioni sulle superfici dei filoni sotterranei, oppure, incredibile, inserite a cielo chiuso in celle vecchie milioni di anni, dietro spesse lamine di roccia che non fanno sospettare la presenza celata di tanta bellezza dietro ad una crosta tanto anonima.

Io credo che anche il cuore più indurito, la mente pià distratta e lontana da tutto se non dai propri interessi materiali e da tutti gli egoismi possibili, davanti a tanta bellezza non può rimanere insensibile, ed è per questo che ho scritto questo Post perché sono inguaribilmente convinto della purezza delle radici dell’animo umano a cui mi sto rivolgendo.

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VI RICORDO CHE …

5 maggio 2016

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Dopo mesi di blocco tecnico finalmente risolto, ora è pronta per esser scaricata la storia autografa e per nulla scontata di una donna incredibile, una di quelle figure che qualche telenovela cerca disperatamente di rappresentare ma rimanendo sempre poco credibile.

Avevo progettato di inserire questa pubblicazione in Rete per il passato Natale ma a causa di intoppi determinanti, solo ora potrete scaricare una testimonianza di vita molto ricca e genuina, intrisa di risvolti umani che toccano chi ha ancora un cuore, come è difficile trovare al giorno d’oggi in cui tutto è bello perché è di plastica, se no è brutto ed è meglio voltarsi dall’altra parte prima che la nostra coscienza ci faccia toc toc dentro.

Andate a curiosare sul filmato che vi propongo cliccando “qua sopra” alla voce Dida e poi fate come meglio preferite .

DIDA … vi assicuro che ne vale la pena

OGGETTI PORTASFIGA

23 agosto 2015

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La superstizione è pane per deboli, però ….

Io sono convinto che esiste una logica universale che lega all’infinito ogni particella di questo mondo con dinamiche tutte sue Yin e Yang, si e no, più o meno, bene o male … dinamiche che spesso sfuggono ad ogni controllo logico poiché è materialmente impossibile possedere uno strumento che abbia la capacità di rivelare in dovuto anticipo ciò che accompagna qualsiasi pezzo di materia, vivente o meccanicamente inerte che sia, come un minerale, un cristallo, un pezzo di plastica (appunto) apparentemente inanimati.

Nelle prossime righe una storia che ha dell’incredibile.

Quando anni fa decisi di venire a vivere in campagna, allora collaboravo attivamente con la Protezione Civile in qualità di Radioamatore con licenza Ministeriale.

Spostandomi da Milano sin qui dove abito tuttora, in una casa di campagna, avevo avuto il mio bel daffare per reinstallare tutte le antenne e ricostruire tutta la mia potente stazione radio in mansarda.

Nel corso dei lavori mi aveva aiutato un altro radioamatore molto bravo come tecnico impiantista e mi aveva cablato un sistema di cavi sia di antenna sia di alimentazione di rete veramente ad alto livello professionale.

Durante i lavori, nel tagliare uno spezzone di canalina, la lama del cutter era saltata e lui si era ferito molto gravemente ad una mano.

Io dopo aver recuperato il pezzo incriminato e lavato via il sangue del malcapitato, avevo tenuto da parte lo spezzone rimanente poiché pensavo che avrei potuto utilizzarlo per dei “passaggi” di riserva attraverso il muro in cui far scorrere altra caveria che in una stazione radio non basta mai.

Infatti praticai un foro supplementare nel muro e fissai al suo interno quello spezzone di canalina che debordava leggermente da esso sia all’interno che all’esterno, ma mi ero ripromesso di sistemarlo meglio non appena avessi avuto a portata di mano gli strumenti giusti per finire il lavoro a regola d’arte …

Ma si sa, si dice domani lo faccio … e poi …

A distanza di qualche anno, la canalina, ormai da tempo utilizzata come passaggio di altri cavi coassiali d’antenna e mai “rifinita”, sporgeva sempre dal muro ma sembrava non disturbare nessuno … sino al giorno in cui un tecnico che aveva dovuto fare una riparazione lì attorno non ci aveva maldestramente sbattuto contro col volto e la parte che emergeva dal muro gli aveva regalato un bel taglio su di uno zigomo  a un centimetro da un occhio …

Pronto soccorso, altri punti …

A quel punto mi decisi e sistemai quel maledetto pezzo di plastica rigida che serviva solo da guarnizione liscia all’interno del muro e non necessitava di sporgere minimamente.

Passarono gli anni e anche la voglia di dedicare tanto tempo alle mie radio e un bel giorno praticamente smontai la stazione ritirando anche tutta la caveria, anche quella che passava attraverso la famosa canalina.

L’anno scorso verso Novembre ci fu un piccola tromba d’aria che mi scoperchiò qualche tegola e provocò infiltrazioni d’acqua nel sottotetto che io però provvidi a riparare subito.

Ma le infiltrazioni d’acqua piovana arrivarono sino ai soffitti di alcune stanze del primo piano.

Intonaco staccato, soffitto in parte scurito dalla muffa subito comparsa.

Io attendevo la pioggia seguente per vedere se il problema si ripresentava perché non avevo altro modo per accertarmene.

Il mese successivo altri scrosci violenti di acqua dal cielo e altre infiltrazioni … eppure le tegole del tetto erano a posto …

Altro periodo di secca e poi altra acqua, altre forti infiltrazioni che non si capiva da cosa fossero provocate, eppure, apparentemente le grondaie erano sgombre di qualsiasi detrito.

Poi qualche mese di siccità, caldo e caldo ancora.

I soffitti si erano asciugati ma al primo forte acquazzone di Ferragosto, mentre il cielo notturno era illuminato da saette e i fulmini scendevano copiosi, sono andato a controllare i soffitti ed ho dovuto constatare che si stavano bagnando ancora.

Una situazione che dovevo assolutamente trovare il modo di risolvere.

Ormai era quasi mattino, ed io sotto un’acqua che Dio la mandava sono salito sul tetto ben legato ad una fune di sicurezza, praticamente in costume adamitico, solo con gli slip addosso per non avere impedimenti di sorta nei movimenti ed il massimo controllo dell’equilibrio data la forte pendenza del tetto.

Così mi sono calato sino all’attacco della grondaia all’angolo estremo del tetto e constatai che dato il forte volume della precipitazione non riusciva più a scaricare acqua, rimandando tutto il riflusso nel sottotetto in cui si allargava a macchia d’olio filtrando da ogni parte.

Eppure anche l’anno scorso avevo fatto manutenzione agli scarichi e tutto funzionava perfettamente …

Almeno un’ora sotto ad un vero diluvio per sturare la parte più esterna dello scarico e riuscire con mezzi di fortuna a far defluire l’acqua liberando il tubo di discesa della grondaia che quel cretino di architetto che ha costruito la casa aveva fatto posizionare ben incementato (?) nell’impiantito del sottotetto piazzando uno spezzone di tubo di rame di due metri perfettamente in orizzontale e non con la solita pendenza, e con due gomiti ad angolo retto, non curvi come si usa … uno proveniente dal colmo della grondaia, un altro verso il tubo di discesa a terra.

Una prova di intelligenza …

Grazie ad un cavo d’acciaio flessibile di grosso diametro sono riuscito poi a fine mattinata a liberare del tutto la grondaia e sono andato a controllare nel suo pozzetto di raccolta dell’acqua piovana a pian terreno prima dell’inserimento nel tubo fognario, se tutto ormai continuava a scorrere liscio dato che avevo portato sul tetto un tubo che infilato nel tubo di discesa scaricava acqua a piena pressione rimuovendo ogni ostacolo residuo.

Sorpresa!

Sapete cos’ho trovato nel pozzetto?

Il famoso spezzone di canalina che volato via chissà quando da dove lo avevo posizionato nel muro e poi infilatosi nello scarico e messosi di traverso, con polvere, fango e quant’altro, aveva creato il blocco maledetto.

Provatevi a dire che non esistono cose o persone portasfiga …

 

P.s. Quello spezzone di canalina è finito carbonizzato nel camino acceso per l’occasione nonostante il caldo estivo … chissà sei i suoi fumi sono riusciti a fare ulteriori danni …

MAMMA MIA, CHEPPPAURAAAAA …

20 settembre 2014

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Il tempo passa ed io continuo a scrivere su questo Blog senza però dimenticarmi che ormai lo faccio sempre di più per me stesso, una specie di diario quotidiano apparentemente abbastanza distaccato emotivamente da quanto mi sta attorno anche se non mi esimo certo dallo strillare talvolta apertamente la mia indignazione sincera e per nulla politica davanti al crollo continuo di valori che minano il quieto vivere civile e il sacrosanto diritto di ognuno a condurre un’esistenza dignitosa nella stragrande maggioranza dei casi.

Allarghiamoci.

Io credo proprio che per capire veramente una persona e anche un po’ di quello che gli sta dentro in profondità, non ci si può mai fermare davanti alle facili apparenze.

Nel mio caso, ad esempio, sicuramente anche grazie all’età, le scelte di vita che ho fatto, spesso in contrasto con ogni aspetto esteriore, mi hanno portato ad avere delle sicurezze, degli equilibri ed una energia anche interiore che pilotano i miei comportamenti senza troppi tentennamenti e che nessuno mi può negare anche se poi nella quotidianità mi concedo volentieri “licenze” che a qualcuno fanno arricciare il naso perché forse crede di conoscermi a fondo e non si aspetterebbe mai da me certi exploit.

Non si può mica vivere 24 ore su 24 come se qualcuno ti avesse infilato il manico di una scopa dove non splende il sole oppure come quelli che dicono sempre di sì e camminano tenendo il culo per aria a disposizione di chi fa la voce più grossa oppure ancora, come capita nel 99% dei casi vivere ritirati e ben contratti nelle proprie “prudenze”, oppure, esattamente all’opposto tenendo ben in vista in mano la pistola col colpo in canna.

Anche quando al posto della pistola usi degli sguardi che non hanno nulla a che invidiare con altre forme che dimostrano senza possibilità di fraintendimenti ciò che ti passa per la mente e chi sei.

Eppure, quando e se voglio, la gente manco si accorge della mia presenza, un pecorella anonima.

A proposito …

Qualche giorno fa stavo uscendo da Milano alla guida della mia utilitaria, e, ancora prima di uscire dal centro abitato avevo appena superato il ponte della ferrovia sul Viale (Forlanini) che porta all’Aeroporto di Linate, quando ho sentito un rumore secco su di un vetro.

Mi sono subito fermato, creando anche l’ira di coloro che stavano sopraggiungendo e per i quali rappresentavo un ostacolo, e ho ispezionato i vari vetri dell’auto visto che il parabrezza sembrava incolume … il rumore ascoltato era stato chiaramente quello di un sasso contro ad un vetro.

Nulla … stavo per risalire e per andarmene via quando è sopraggiunta un’auto che aveva preso a lampeggiare mentre stava accostando al marciapiedi dietro di me.

A gesti ho invitato il conducente a seguirmi nella prima strada a destra a pochi passi da noi per toglierci dai piedi e controllare civilmente cosa fosse accaduto.

Detto, fatto.

Sull’auto c’erano due giovani sulla trentina ed un uomo adulto sui 50anni che subito mi hanno accusato di avergli spaccato lo specchietto retrovisore di sinistra con il mio di destra (in effetti si vedeva una piccola “lesione”) ed uno dei giovani sceso a terra ed accostatosi al mio automezzo, mi mostrava dei segni sul mio specchietto laterale.

Solo che nessuno dei due specchietti era rientrato ripiegandosi sulla base come succede in caso di piccola collisione e per di più il mio mostrava solo dei graffi di una precedente strisciata, vecchia di almeno sei mesi, fatta con una maldestra manovra contro alla parete del box.

… Ma no, non ti preoccupare, non facciamo contestazione amichevole, perderesti dei punti con l’assicurazione, non chiamiamo i vigili, risolviamo tutto fra di noi da persone per bene … dacci un 100 Euro e la risolviamo così …

A quel punto ho capito cosa stava succedendo e a guardar bene, anche se si trattava di gente vestita decentemente, si trattava dei soliti zingari furbi che stavano mettendo in atto una delle loro solite truffe.

Uno dei tre era in piedi davanti a me, il guidatore stava per scendere anche lui mentre il più grande controllava la scena dall’interno dell’auto ed il loro comportamento iniziava a diventare più pesante.

Visto come si stavano mettendo le cose e dato che non c’era nessuno in giro (anche se poi in caso di bisogno tutti scappano) con la faccia più sorridente possibile ho detto che sarei andato a prendere “quanto serviva” nella mia auto posteggiata qualche metro più avanti.

Dopo qualche secondo ero di ritorno tenendo bene in vista in una mano il cellulare impostato per la chiamata ai Carabinieri e, casualmente, nell’altra, la picozza che porto sempre nel baule (con 80 metri di fune per roccia).

La domanda che rivolsi, sempre sorridendo, all’allegro gruppetto, fu molto semplice: … Preoccupati …?

Che strano, mentre i giovani risalivano velocemente in auto, il più anziano berciava … andiamo via, con quello lì non si può discutere, andiamo via … ed effettivamente se ne sono andati via mentre da dietro all’angolo della strada sopraggiungeva di corsa un ragazzino (che evidentemente era quello che aveva tirato il sasso per farmi fermare) e che zompava sull’auto che ripartiva sgommando.

Dite un po’, perché non ho avuto paura di eventuali “sviluppi” per me sicuramente rischiosi?

Che io sia un inguaribile incosciente?

Vedete voi.

Certo che se tutti agissero sempre ricordandosi cosa gli sta in mezzo alle gambe e pensassero ad usarli, forse qualche “indiano metropolitano dalla faccia inizialmente sempre infida e piagnona quando gli serve” andrebbe a piazzare il suo tepee da qualche altra parte.

E se nutrite ancora dei dubbi su come comportarvi e su certe cautele che vi sembrano assolutamente irrinunciabili, guardatevi qualcuna delle puntate di Paperissima in cui frequentemente si vedono, piccoli così ma DECISI a farsi rispettare, degli animaletti qualsiasi reagire aggredendo bestie molto più grandi loro e teoricamente più pericolose, che invece persa ogni dignità si danno alla fuga senza pensarci troppo facendo ridere il divertito spettatore.

(Grazie per il bel disegno preso in prestito dalla Rete senza chiedere il permesso …)

Amici miei …

30 luglio 2014

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Non posso non pensare a come si stanno scannando musulmani, ebrei e cristiani proprio a due passi dove Cristo è nato e dove qualcuno lo ha inchiodato ad una croce di legno e poi penso con nostalgia e tenerezza ad un episodio accaduto nel corso dell’ultimo mio viaggio nel ventre del Sahara libico, in compagnia di mio figlio maggiore, che da come guida sulla sabbia sembra aver fatto Scuola Guida nel deserto.

Un episodio che la dice lunga, volendo parlare di come la gente semplice, non mossa da interessi personali, dalla Politica o da odio razziale o dal desiderio di far proprio ad ogni costo ciò che appartiene ad altri, manifesta la propria bontà d’animo e la propria umanità a prescindere da colore di pelle, potere economico e livello sociale.

Eravamo in fase di ritorno da un giringiro che ci aveva spinti sino alle ultime falde dell’Akakùs, quasi ai confini con il Tassili Algerino e col Niger, la zona del Sahara ricca di affascinanti incisioni rupestri testimoni di una civiltà locale antica di decine di millenni e che sembra più una landa di Marte che un angolo della nostra Terra.

Migliaia di chilometri dalle sponde del Mediterraneo e dai suoi traffici, poi il lungo rientro sempre via Sahara quando si poteva una volta rientrati in Tunisia.

Un giorno, durante le operazioni di “liberazione” di una jeep insabbiata per colpa del suo maldestro guidatore, un compagno di viaggio occasionale, mio figlio, mentre collaborava a rimuovere la sabbia che bloccava l’automezzo, era stato ferito su di un braccio da uno scorpione che si trovava proprio là sotto.

Grazie a telefono e radio eravamo riusciti a farlo portare d’urgenza nell’ospedale più vicino, un tragitto sulle dune lungo come la Milano Firenze … ma alla fin fine giunto a destinazione, l’antiveleno gli è stato somministrato in tempo e a me non rimaneva che attendere sul nostro mezzo che me lo riportassero indietro curato, sano e salvo.

Io infatti non sarei mai riuscito da solo ad accodarmi alla piccola carovana di coloro che lo avevano portato in ospedale, perché avrei dovuto guidare io da solo la nostra auto che in quella situazione specifica di deserto NON per turisti, avrebbe richiesto particolari capacità di guida che a differenza di mio figlio io non possedevo.

E poi, mio figlio era in ottime mani e non era consigliabile accodarmi sul mezzo di soccorso e abbandonare in pieno deserto un automezzo come il nostro che sicuramente poteva far gola a molti.

Mi accinsi quindi a “rimanere di guardia” e mi organizzai anche spostando la jeep su di una duna da cui potevo avere una visuale molto ampia di tutto l’orizzonte.

Venne il tramonto, mentre pensieri negativi mi affollavano la mente e in più con il calare del buio cominciai a vedere con apprensione in lontananza tra le dune alcuni fuochi che denunciavano una presenza umana sino a quel momento nemmeno avvertita o individuata da lontano nonostante avessimo girato in lungo ed in largo in quella zona per quasi due giorni.

A preoccupazione si era aggiunta preoccupazione, anche se chi mi conosce sa che non ho ancora ben decodificato a oltre 70anni il vero significato della parola “paura”, ma di sicuro la situazione in cui mi trovavo con l’unico cordone ombelicale della pur potente ricetrasmittente di bordo sempre accesa, non era delle più piacevoli.

Di pericoli imminenti rivolti direttamente me non ne vedevo ma tutte quelle sicurezze diventate mie in tanti anni di pratica di Arti Marziali, confesso che anche se non mi avevano abbandonato non coprivano totalmente tutto il disagio di quella situazione anomala.

In fin dei conti, anche se a girare di notte a casa nostra e da soli può esser rischioso ma ci si adatta, in quella situazione, assenza di luna, buio pesto a causa di un fronte di nubi molto vasto che ricopriva il cielo, eravamo verso la fine dell’anno, ma soprattutto io solo come un cane, a bordo di una Jeep carica di gadget estremamente interessanti … vi assicuro che proprio tranquillo non riuscivo a stare.

Non avevo nemmeno acceso il motore per attivare il riscaldamento perché non conoscendo la precisa disponibilità di carburante, non volevo sprecare quello che doveva servire per il ritorno … e nel frattempo il termometro era sceso parecchio sotto allo zero.

Chi conosce il Sahara sa che non sto esagerando.

Io mi ero coperto come meglio potevo con la mia tuta “tecnica” da alta montagna ma il freddo era veramente duro ed era soprattutto il rimaner fermo sul sedile dell’auto che mi dava problemi.

Saranno state le tre del mattino, il mio dormiveglia si faceva sempre più agitato quando sentii bussare forte sulla portiera.

Una situazione da infarto.

Mai e poi mai mi sarei aspettato una cosa del genere in mezzo a tutta quella solitudine, a quel buio ed a quel silenzio rotto solo ogni tanto dal gracchiare della radio ad onde corte (non certo un CB) con cui mi comunicavano le condizioni di mio figlio monitorato a vista.

Dopo l’attimo di sorpresa, col cuore in gola e con l’adrenalina a 1000, dopo aver respirato a fondo, aprii la portiera un po’ a muso duro, e quando scesi dall’auto mi trovai di fronte a due individui i cui lineamenti distinguevo a fatica nel buio, proprio un bel momento!

Mi aspettavo chissà che da questi due sconosciuti che invece mi sorpresero chiedendomi cordialmente: … italiano? …

Sì, italiano e con un grosso problema … che un po’ in italiano, un po’ in francese, un po’ in inglese riuscii a spiegare.

A quel punto uno dei due, visto che ogni tanto mi mettevo a tremare come una foglia per il gelo, si tolse di dosso il brnùs (barracano) di lana di dromedario che indossava e me lo passò sulle spalle con un gran sorriso mentre l’altro tirava fuori da sotto alla sua tunica una bottiglia di un qualcosa di alcoolico più forte delle nostre grappe di montagna e che sapeva di dattero.

Mi fecero compagnia per un’oretta sotto alle stelle gelide parlandomi del gregge a cui stavano accudendo, chiedendomi dove abitavo, quanti figli avevo, su che “razza” di Jeep mi trovavo perché fatte così non ne avevano mai viste, di stare tranquillo per mio figlio perché in inverno il veleno degli scorpioni è più debole …

Poi come erano comparsi nel buio, scomparirono con un … ciao, Italia, tu amico, tieni pure brnùs, regalo, ricorda noi …

La mattina giunse presto, perché io tornato in auto, con i nervi prima a pezzi e poi finalmente un po’ rilassati ero riuscito ad assopirmi e il tempo finalmente era scorso veloce.

Le prime luci dell’alba e l’insistente ed acre odore di capra emanato dal brnùs che avevo tenuto addosso sopra alla tuta tecnica mi svegliarono rivelando un panorama incredibile: il deserto spolverato di ghiaccio mentre ormai a vista avanzava in mezzo ad una nuvola di sabbia la jeep che mi riportava mio figlio.

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Questa è la storia di un po’ come quando nel nostro paese civilissimo, il motore dell’auto ti tradisce, ti fermi per strada e cerchi aiuto a quelli che man mano ti passano di fianco; si fermano sempre tutti, vero?

Tutti amici, come su Internet, tutti fratelli …

Ed è anche una storiella dedicata a quelli che straparlano di pace ed uguaglianza ed hanno invece la bocca piena di spazzatura ed un cuore di pietra.

 

 

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Anni fa hanno iniziato a farsi vivi i postumi di un incidente d’auto gravissimo in cui ero stato bersaglio di un’auto in corsa che con una mira incredibile mi aveva centrato mentre attraversavo la strada “sulle strisce” e subito dopo si era data alla fuga procurandomi una serie incredibile di fratture (anche) sulle ossa del bacino.

Traumi che non avevano nemmeno consentito una ingessatura locale: ogni possibilità di soluzione era stata affidata al buon Dio, alla Provvidenza, alla Natura e al Tempo, grande Dottore, non potendosi fare proprio altro, anche perché tra l’altro, nessuno era convinto che ne sarei uscito ancora abile.

Mi avevano tenuto bloccato per mesi su di un’asse di legno su cui ero stato fissato praticamente immobile con delle fasce (lasciamo perdere i disagi soprattutto igienici secondi solo ai dolori che ho provato) sino ad una guarigione decisamente inattesa ma perfetta che però con i prodromi dell’invecchiamento fisico quando ha iniziato a dare i suoi segnali sgraditi con forti dolori emergenti dalle rime di saldatura ossea sulle fratture, mi ha costretto a trovare una soluzione soprattutto non farmacologica che comunque non riusciva ad eliminare temporanee ma sempre più ricorrenti immobilità forzate e notti insonni per le sofferenze.

Dopo essermi inizialmente fatto trattare chiropraticamente nell’unico Centro veramente competente in quanto a trattamenti “manuali” di questo tipo di problematiche, non ne faccio il nome solo perché non sono autorizzato, avevo casualmente scoperto che proprio a due passi da casa mia, “in campagna”, c’era una palestra gestita da un Maestro di Arti Marziali, pure bravissimo manipolatore terapeutico, un tipo molto particolare, direi unico, uno dei pochissimi allievi del famoso Ciroli, Maestro indiscusso in Italia dell’Aikido Iaido Iawara Do, nobile Arte Marziale d’èlite.

Quest’individuo dal carattere molto fumantino, forse secondo nella sua Disciplina sul Tatami solo all’altrettanto famoso e bravo Renato Portesi che col figlio gestisce un Dojo di Categoria difficilmente emulabile in quel di Brescia, aveva personalmente ricevuto in gioventù dal suo Maestro molti più insegnamenti sulla Salute e sulle dinamiche del corpo umano che su quelli relativi alle tecniche più segrete dello Iawara al cui confronto sono veramente pochissime le Discipline in grado di competere anche al livello delle Arti Marziali più temibili a livello mondiale ed utilizzate dai Servizi di Sicurezza più tosti.

Molte sono le persone che lui ha aggiustato con le sue mani ed io speravo che avrebbe dato retta anche a me, ma lui aveva inizialmente ascoltato con molta sufficienza e direi poca pazienza quanto gli avevo esposto sui miei dolori, disturbi, tensioni … ed alla fine aveva sentenziato che non avrebbe fatto nulla per me e che mi potevo accomodare … da un’altra parte.

Forse i miei capelli bianchi gli avevano dato una impressione falsa su quella che era la mia determinazione a trovare una soluzione vera, per difficile che fosse.

Eravamo vicini ai primi di Luglio ed era imminente la chiusura estiva della sua Palestra: io che veramente soffrivo ogni giorno sempre di più senza riuscire a trovare alcun lenimento per i miei problemi che proprio non erano fantasie ma un’angoscia ricorrente e limitante sia fisicamente sia psicologicamente, non ho voluto mollare il colpo e sono riuscito a straare la promessa a mezz’asta che alla ripresa autunnale dei corsi avrebbe riconsiderato la mia situazione.

Sicuramente “qualcuno” aveva pensato che mi sarei dissolto nelle nebbie dell’autunno togliendo il disturbo.

Ma non mi conosceva, io invece, puntuale come Equitalia, al primo di Settembre, con buon anticipo sull’orario di palestra, ero già lì seduto sui gradini del’Istituto in attesa che il Maestro arrivasse, e quando giunse e dovette accettare che non avevo alcuna intenzione di mollare il colpo, mi sentii dire che se proprio volevo che lui mi facesse dei “trattamenti” terapeutici, avrei dovuto iniziare a fare preventivamente per qualche mese, sotto al suo vigile e severo sguardo, una ginnastica “preparatoria”, quella che tutti i suoi allievi eseguivano prima degli allenamenti veri e propri di Arte Marziale, e che di manipolazioni non se ne parlava proprio, almeno per il momento.

O mangiare la minestra, o, come si dice, saltare dalla finestra, ed io, visto che si accendeva un lumino di speranza, accettai pur assediato in cuor mio da tutta una serie di dubbi sulle mie reali capacità fisiche di riuscire a sostenere tanta prova che sapevo molto dura avendo assistito una volta ad una seduta di allenamento preparatorio.

Verso Natale, vista la determinazione con cui mi ero impegnato sputando l’anima e senza mai perdere un colpo, senza perdere un allenamento, io, unico anziano, in mezzo a tanti ragazzini e a qualche giovin fanciulla veramente temibile per le capacità dimostrate, il Maestro mi chiamò da parte e mi disse che se ancora volevo, avrebbe iniziato i trattamenti sulla mia schiena con l’anno nuovo.

Ed io gli risposi: “Quali trattamenti?”

Sì, perché TUTTI I DOLORI ERANO TOTALMENTE SCOMPARSI, non solo, alla soglia dei sessant’anni, era iniziata una nuova primavera per il mio fisico una volta abituato ad una vita molto attiva ma ultimamente condizionato pesantemente dai dolori.

E vi assicuro che quando definisco “attiva” la mia vita quotidiana, anche quella di oggi, sto parlando di fare sforzi di ogni tipo nonostante l’età avanzata, di non aver mai orari o pause tipo penichelle, di coltivare regolarmente attività da “signorino” come ad esempio, fra altre, quella di boscaiolo spaccalegna …

Come ho già avuto modo di dire in altra sede, io, forse ad istinto, non ho mai confidato a questo Maestro le mie precedenti esperienze della nominata Arte Marziale che già conoscevo ed a cui mi ero accostato verso i miei vent’anni coltivandola poi per moltissimi anni in una palestra privata col mio primo Maestro che si chiamava Gian Sinigaglia, un fotografo pubblicitario professionista molto più noto al’estero che in Italia, che aveva vissuto moltissimo in Francia e pure lui, come il grande Ciroli, in gioventù aveva annoverato esperienze in Legione Straniera.

Un tipo schivo, riservatissimo, un uomo di grande Cultura, dal fisico secco come quello di una cavalletta ma incredibilmente forte, due occhi al vetriolo, due mani d’acciaio, mio Maestro inflessibile nella Professione e nella Vita.

Un giorno ero arrivato prima del solito nel suo Studio dove facevo apprendistato professionale, e l’avevo trovato mentre al buio ed in silenzio stava eseguendo a piedi nudi quello che in seguito ho appreso essere un Katà, sul suolo dell’immensa sala posa bianca del suo studio fotografico, situato roprio sotto alla Galleria san Babila di Milano .

Eravamo verso la fine degli anni ’60 e di Arti Marziali ancora non se ne parlava a Milano, se non di Judo e se mai in modo un po’ confuso o di Ju Jitsu per la difesa personale …

Gli espressi tutto il mo stupore e probabilmente lui intuì che non si trattava solo di curiosità ma di un qualcosa a cui la mia mente era già pronta e sicuramente disponibile.

In seguito, quando decise in modo del tutto autonomo di avviarmi alla Disciplina dello Iawara, le sue cure, sono sempre state indirizzate più alla parte psicologica, all’atteggiamento mentale piuttosto che alle tecniche di offesa/difesa pratica vere e proprie … ed io ho coltivato gelosamente questo modus operandi tramutatosi nel corso degli anni, quando ho iniziato una vita autonoma non solo professionalmente veramente tutta mia, forte di una filosofia di vita complementare ben sostenuta dai Pensieri del Tao te King di Lao Tze.

Quel Grande, che mi aveva scelto come unico allievo a cui tramandare la Disciplina, mi ha insegnato alla perfezione i punti critici del corpo umano ed i bioritmi a cui sono legati nelle varie ore del giorno e mi ha fatto ripetere all’infinito pochissime tecniche di difesa /offesa sino a che sono diventate patrimonio mio personale di possibili reazioni naturali ed istintive ma ben pilotabili secondo coscienza e che in ogni momento o situazione mi avrebbero messo in grado di far fronte degnamente a qualsiasi avversario, ma gli insegnamenti essenziali erano e rimanevano indirizzati sempre verso il raggiungimento della totale padronanza della mente sul corpo e l’allenamento a sapersi sempre gestire attivamente e quindi anche apparentemente in modo passivo e conciliante ma vigile e pronto alle reazioni più violente in caso di reale necessità.

Eppure questa nuova esperienza col nuovo Maestro che dopo avermi inizialmente rifiutato, mi aveva in un secondo tempo e di sua unica iniziativa fatto l’onore di chiamarmi tra i suoi allievi Iawaradoka, facendomi addirittura partire dalla cintura verde e non da quella bianca, mi aveva insegnato una cosa nuova: la potenza costruttiva di un modo molto particolare di eseguire una ginnastica fuori dalle righe (soprattutto in senso psicomotorio e quindi molto simile alle tecniche più avanzate dello Yoga) e che non mi risulta  coltivata ed insegnata da nessun Personal Trainer operante nell’universo delle palestre, almeno in Italia.

E mi riferisco anche a palestre gestite da ex allievi di questo Maestro “unico” e secondo me veramente insuperabile in quanto a capacità di far eseguire correttamente ginnastiche terapeutiche, costruttive e ricostruttive di organismi offesi da precedenti traumi, messaggo troppo spesso caduti nel vuoto per una miriade di tristi motivi: il grande Paolo Scalvini, a cui, in questo, vanno tutta la mia ammirazione ed il mio incondizionato rispetto anche se ormai le nostre vie non corrono più parallele.

Perché ho raccontato tutto questo?

Semplice, perché voglio parlarvi di come da quando eseguo trattamenti di vario tipo su schiene VERAMENTE sofferenti, la soluzione incredibilmente ripetitiva con risultati positivi, anche in individui a cui è stato ventilato lo spettro di “ernie al disco” da doversi prima o poi trattare chirurgicamente, è quella di un mix ATTENTISSIMO di chiroterapia, massaggio con digitopressione e movimenti ginnastici molto particolari a corpo libero cadenzati e calibrati sotto l’occhio attentissimo del sottoscritto in veste di trainer/manipolatore.

Mi rendo perfettamente conto che proporsi coscientemente ed onestamente come “trainer” sicuramente efficiente per qualsiasi situazione che richiede non tanto l’esecuzione di qualche movimento di ginnastica da camera …. o da salotto di public relations tipo tante finte palestre del giorno d’oggi, ma correzioni terapeutiche ed affini, richiede una competenza sull’anatomia e sulla fisiologia umana, sulle dinamiche quotidiane dei bioritmi, un occhio attentissimo sulle reattività della persona impegnata, sulle sue reali capacità di auto pilotare psicologicamente il proprio corpo in questo discorso che ben poco ha a che fare con gli insegnamenti di un allenatore di calcio o di un Professore di Ginnastica di Prima Media con tanto di Diploma e tante altre chicche … nonché di una prestanza psicofisica “robusta” quanto serve, allenata costantemente ma gestita con modestia e discrezione.

Quindi, per il vostro bene, spero che chi di voi è afflitto da quel genere di problemi fisici e ne vuole VERAMENTE uscire, possa trovare un terapeuta che come me, che più di altri posso mettere a frutto esperienze maturate nel corso di una attività professionale svolta in ambito medico universitario per decine d’anni, sale operatorie comprese, ha ben “imparato la lezione” e la applica nei modi, con le competenze, la sensibilità tattile e con i criteri di gestione più corretti.

PAPA FRANCESCO

14 marzo 2013

pito

  Macomer, anni ’60, tempi decisamente molto rigidi allora a proposito di un Servizio Militare di Leva estremamente autoritario ed altrettanto insensibile, di proposito, alla realtà del Mondo Civile circostante.

   Dopo una breve libera uscita serale, sto tornando, logicamente a piedi, dal paese verso Fort Apache assieme ad un altrettanto sfortunato commilitone, un giovane avvocato napoletano Fante di Truppa, anzi, Fante maggiore come me, ma più anziano di poco più di un paio d’anni.

   Io gli sto confidando con tanta amarezza di come la Naja abbia interrotto con la forza la mia vita civile, un lavoro di alto livello ben avviato, abbia messo in stand by i miei affetti più preziosi … mentre camminiamo tristemente sulla strada del ritorno in Caserma, una piccola striscia di asfalto che si intrufola, ospite sgradito, tra sassi, cardi, sassi e ancora sassi mentre il vento settembrino dell’altopiano non dà un attimo di tregua.

   Io gli sto esprimendo col cuore in mano il senso della mia più profonda disperazione causata da quell’atto da me sentito prevaricatorio che lo Stato ha compiuto nei miei confronti vestendomi forzatamente di grigioverde con la scusa che in qualche modo dovevo restituire un qualcosa in cambio di tutti i tesori che lui dice di offrirmi, come se già mio padre non pagasse tutte le tasse imposte, quando in lontananza, evento abbastanza raro, vista la abituale desolazione della zona, vediamo sopraggiungere un pastore a cavallo seguito da un paio di cani e qualche pecora, dopo aver probabilmente lasciato il resto del gregge in quel della Polveriera di Sacrabarza, in direzione di Santu Lussurgiu.

   Quando l’uomo giunge alla nostra altezza e ci stiamo incrociando, io lo saluto festosamente felice di aver incontrato un essere umano diverso dalle solite facce in divisa all’interno della Caserma, alla base sempre più spinto dal bisogno di ricevere qualche riscontro umano in quel PAESE ALMENO ALLORA DIMENTICATO DA TUTTI.

   Ma il buon uomo, forse irritato dal fatto che indossavamo una divisa, a quei tempi ovunque malvista in Sardegna, era il periodo dei Baschi Blu, antirapina, antibanditismo, antisequestro di persona, volge il capo da un’altra parte e non risponde a tanto saluto così sincero e conciliante.

   Ero più verso i trent’anni che verso i venti, ma le lacrime hanno incominciato a sgorgare incontrollate dai miei occhi e mentre i singhiozzi mi assalivano per tanto sfrontato “rifiuto”, il mio commilitone, certo Sandro Perna, da buon napoletano cercava di consolarmi dicendomi: … à Brù, nun te cruccià, il saluto è degli Angeli …

   Parole sante, avete sentito cosa ha detto per prima cosa il nuovo Papa a decine di migliaia di fedeli che lo attendevano festanti in Piazza San Pietro?

   … Buonasera …

      A voi il pensierino della sera, ma, mi raccomando, con estrema umiltà dimentichi per un attimo della bolgia che ci circonda e pronti a cogliere l’essenzialità dei messaggi anche più semplici che ancora riusciamo a ricevere dalle poche anime elette e pulite rimaste.