FERRAGOSTO

14 agosto 2015

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E’ ormai Ferragosto, di funghi non se ne sono visti perché il troppo caldo ha bruciato in profondità parecchio micelio ed io ho rivolto le mie attenzioni solo ad alcune vecchie miniere della zona di montagna che meglio conosco e con risultati a dir poco entusiasmanti anche se sicuramente sono stato il miliardesimo visitatore di quelle gallerie.

Forse grazie anche a quegli occhi a spillo che mi ritrovo iperallenati da una vita al servizio dell’immagine e che mi permettono di vedere dove altri sanno solo guardare …

Veramente rare e indescrivibili solo a parole le emozioni che si provano camminando in quei cunicoli sotterranei in rispettoso silenzio e solitudine, anche se così non si potrebbe e dovrebbe, dicono per ragioni di sicurezza, come se girare su di un’auto di questi tempi o a piedi in una strada poco illuminata offrisse maggiori sicurezze.

E senza dimenticarsi di rivolgere il pensiero a chi ha per anni calpestato quel suolo e ci ha passato una vita di lavoro in condizioni assurde per portare a casa la pagnotta e per consentire ai proprio figli una vita più facile, quei figli che a loro volta hanno prodotto altre generazioni che, non tutte per fortuna, hanno bisogno di quel rumore chiamato musica In, del telefonino, della Playstation ma anche di fumo o di qualche pastiglia per sentirsi realizzate … e, quel che è più grave, di quel branco di cui vogliono essere copia conforme pur vivendo nell’egoismo personalistico più spinto e alla mercè dei più prepotenti.

Parlo di emozioni rare, altro che di sballo in discoteca … certo per chi ha voglia e capacità di sentirle, ma comunque rappresentano una livella incredibile per guardare dentro a se stessi senza tiepidamente accomodanti possibilità di ritorni, bugie o fughe, con essenzialità, umiltà … mettendosi coraggiosamente a confronto con quei baratri di inconscio che solo il buio più profondo e la sensazione di essere veramente soli, piccoli piccoli di fronte alla Natura e lontani da tutto e da tutti possono suscitare anche nell’animo più a prova di tsunami.

Che dire, sono sempre esperienze border line, ma gestite con attenzione, con quel rispetto per tutto ciò che non è solo te stesso che o ce l’hai dentro o ciccia, e assolutamente dopo essersi munito delle dovute attrezzature e preparazione tecnica, nonché padroni collaudati di quella dose di coraggio e nervi saldi che ti offrono sicurezze in un ambiente così naturalmente essenziale e per nulla accogliente …

Un altro mondo, veramente, dove anche solo il ricordo dei puzzoni della politica e della finanza vale meno dei ciottoli ancora umidi di antiche lacrime e di sudore che calpesti avanzando nella penombra … un mondo naturale disposto anche a rivelarti nei suoi cristalli nascosti sottoterra la forza e la bellezza dei suoi terminali energetici che molti scambiano per volgare terra.

Eppure si deve tornare (in superficie) … e prima o poi anche pensare se e cosa rimettersi a scrivere su queste righe … fantasie, storie di vita vissuta, esperienze, considerazioni, insulti nemmeno troppo velati, provocazioni, consigli … mah

 

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E’ un Post lungo, vi avviso, vedete voi  se andare avanti …

Una vita fa, avevo sette od otto anni, i miei genitori erano riusciti a portarmi in estate in montagna anche se eravamo nell’immediato dopoguerra e parlare di benessere o di ferie estive era un po’ come oggi parlare di una gita su Marte.

Eppure papà era riuscito a trovare una stanzetta in affitto per un mese, a S.Vigilio di Marebbe in Trentino, nella casa di famiglia di una sua paziente di Milano e i parenti della donna ci avrebbero ospitati per quel periodo, soprattutto me e mamma, mentre papà, legato dagli impegni professionali della Clinica Pediatrica in cui ricopriva un ruolo importante, sarebbe venuto a trovarci solo nei fine settimana.

Ero tutto un fremito di emozioni, una novità per me assoluta, ma, appena arrivati, c’erano subito state baruffe coi bimbi del luogo miei coetanei, i quali però decisero di accettarmi nel loro gruppetto (ero pur sempre il “figlio del Dottore”) se mi fossi sottoposto, senza che i nostri genitori ne sapessero nulla, ad una specie di “prova” che si sarebbe poi rivelata consistere nel condurmi in gran segreto in una stalla a due piani in cui c’era una specie di lungo scivolo di legno inclinato (senza scalini) che serviva a portare al piano superiore, nel sottotetto, il fieno per il cavallo le mucche ivi ricoverate al pian terreno.

Una volta salito sulla cima di quel tavolaccio che aveva una discreta pendenza, se volevo far vedere che ero degno di entrare nella loro banda, dovevo rotolarmi giù per quella specie di passerella, una capriola dopo l’altra e senza fermarmi, sino a che non fossi arrivato a terra.

La pendenza incuteva timore mentre la piccola folla dei villici in braghette corte di cuoio vociava non proprio delicatamente verso di me, il “villaneggiante”, e, che schifo, poi sullo scivolo c’erano residui di paglia mista a letame … insomma, per un cittadino come me, il “figlio del Dottore” … una prova non proprio facile.

Con la forza dell’orgoglio e con l’incoscienza dell’età ma con un pizzico di cervello, feci qualche veloce valutazione e poi dopo un attimo di esitazione mi misi a rotolare, una capriola dietro l’altra, sinché arrivai a terra fermandomi giusto giusto su di una bella torta di letame di mucca fra l’ilarità generale.

Da parte di tutta la banda ci fu on’ovazione liberatoria, anche perché proprio non so quanti di loro avrebbero avuto il coraggio di fare la stessa cosa, comunque la prova era superata ed io mostrando il mio coraggio, avevo trovato nuovi amici e nuovi complici per le piccole scorribande che ci aspettavano per un mese intero.

Altra storiella: anno 2012, ultimi spostamenti in calendario delle mie uscite in moto, una potente BMW 1150 GS ed anche ultimo “volo”, questa volta causato da un furgone che mi aveva stretto ed agganciato, mentre tentavo un normale sorpasso sotto alla pioggerellina autunnale, schiacciandomi al contempo contro il divisorio in cemento di una superstrada, i famosi New Jersey.

230 Kg. di moto che prendevano il volo saltando di corsia mentre io iniziavo a rotolare per una cinquantina di metri finendo per fermarmi proprio sotto al furgone che nel frattempo, sbandando, si era fermato rumorosamente contro allo spartitraffico …

Tutte le auto che sopraggiungendo si fermavano … oddio, è morto … tiratelo fuori … no, lasciatelo sotto sino a che non arriva l’ambulanza … forse è ancora vivo … Dio, che volo, poveretto … ma c’è del sangue? … etc.

Nel frattempo io nel casino generale, zitto zitto cacchio cacchio, chiaramente un po’ acciaccato, anche se “quasi come sempre” perfettamente incolume, strisciavo fuori da sotto al furgone incredibilmente senza che nessuno se ne accorgesse e mi mischiavo alla piccola folla che si era formata e che sembrava preoccupata più della moto semidistrutta che di me, e chiedevo … ma chi è il guidatore del furgone che devo … chiedergli una cosa …?

Quando l’ho finalmente individuato gli ho sfasciato il mio casco in testa e non mi sembra di aver ricevuto ancora alcuna denuncia per aggressione con arma impropria (l’ambulanza ha portato poi via lui, per commozione cerebrale, non me).

Una mia vecchia amica di Sasso Marconi mi dice sempre … Pierino non si smentisce mai …

Grazie al cielo, danni alla moto, in realtà quasi zero, gran moto la BMW …

Anni ’80, nasce in me una nuova passione, il Radiantismo.

Le trasmissioni a distanza via etere mi affascinano, i telefonini non sono ancora nati, al massimo gira qualche residuato bellico statunitense operante sui 27 Mhz, poi chiamato CB …

Ma io sto cercando ben altro e mi metto a studiare Elettrotecnica ed affini e passo il primo esame d’obbligo ma non mi basta perché mi affascina l’idea di potermi collegare via radio con l’altra faccia della Terra e per far questo bisogna dare un altro esame, quello detto di CW per venire abilitato dal Ministero PPTT per operare in Onde Corte con apparecchiature e relativi impianti d’antenna molto potenti.

Condizione essenziale: devo imparare il Codice Morse, devo essere in grado di trasmettere e ricevere messaggi codificati nei suoi segnali acustici brevi e meno brevi, una specie di forca caudina perché già è possibile fare collegamenti in telescrivente per superare enormi distanze e il CW lo usano solo i radioamatori più tradizionalisti.

Un inferno, io imparo a memoria perfettamente i codici di tutte le lettere dell’alfabeto, ma quando si tratta non tanto di trasmettere perché in quel caso puoi andar piano e il tempo lo gestisci tu richiamando dalla memoria tutte le sequenze necessarie di “linee e punti”, ma di decodificare messaggi in arrivo … il buio totale ed un senso di impotenza come quando un bergamasco cerca di capire quel che gli sta dicendo un Sardo che sta esprimendosi nella sua “lingua” isolana.

Gli esami sono alle porte, mancano poco più di trenta giorni ed io dopo sei mesi che mi arrabatto con le orecchie incollate al ricevitore in onde corte sto per perdere la fiducia nelle mie capacità, perché Il problema primario consiste nel decodificare i segnali in arrivo che vengono inviati da “radioamatori di annata” che i messaggi in CW te li sparano a ritmo velocissimo.

Un giorno, sul lavoro, durante una pausa, mi trovo a parlare con un noto Primario Ostetrico (ormai defunto) che scopro essere anche vecchio radioamatore e gli confido il problema che mi sta angustiando ormai da mesi, la comprensione del Codice Morse in ricezione.

Ed ecco avvenire il miracolo: il medico mi invita a visitare la sua stazione radio ed io, curioso come una scimmia, accetto di buon grado.

La sera seguente mi rivedo col dottore e con mia grande sorpresa lui tira fuori il “tasto” per il morse ed inizia a cadenzare in sequenza due lettere, C e Q, codici internazionali di chiamata, una, dieci, cento volte chiedendomi se mi è sempre tutto chiaro e comprensibile.

Certo, lento sì, fesso no, .

Ma lui insiste sempre con la stesse lettere ed ogni tanto mi chiede …capisci? … io sto per spazientirmi quando ad un certo punto inizio a capire “veramente”: le mie orecchie ora non sentono più dei punti e delle linee perché quelle sequenze sono diventate una “musica” e io non devo più contare punti e linee per riconoscere le lettere corrispondenti …

Il giorno seguente, a casa, accendo il tasto ed inizio a registrare,, ripetute all’infinito prima una lettera, poi un’altra, poi un’altra … tutto l’alfabeto e poi inizio subito ad ascoltare queste registrazioni.

E’ fatta, ho imparato la ”musica”, quelle sequenze di suoni sono diventate musica e riesco finalmente a tradurre i messaggi in Morse con sempre maggior facilità … è il mio istinto a riconoscerli, non devo più ragionare o fare i conti della serva con punti e linee … è un po’ come aver imparato ad andare in bicicletta e non dover più prestare attenzione per non perdere l’equilibrio ma solo alla strada che si sta percorrendo …

… Un altro breve salto nel passato, ho da poco compiuto ventiquattro anni e frequento un Maestro di Arti Marziali a cui non interessa gestire un Dojo (svolge una Professione affascinante che assorbe totalmente il suo tempo) e di cui ho fatto casualmente conoscenza in una situazione di grande pericolo che coinvolgeva un intero gruppo di persone.

Costui, forse colpito da come mi ero comportato, mi ha poi chiesto con discrezione se non volessi imparare regole e tecniche della sua disciplina ancor poco nota da queste parti dell’Occidente: come in un film, vero? ma è la pura verità.

Lui era determinato nel suo intento, anche se per quanto impegno io ci mettessi, i primi tempi non riuscivo che ad apprendere qualche tecnica semplice dal punto di vista esecutivo e le cose non andavano troppo bene perché apparentemente imparavo tutto ma a distanza di qualche giorno lo dimenticavo, confondevo gli insegnamenti ed il mio corpo, impacciato, non riusciva a realizzare quel che mi era pur chiaro nella mente a livello di pura memoria.

Sino alla sera in cui quel Grande pensò di cambiare sistema ed iniziò con l’insegnarmi una tecnica totalmente difensiva fatta di pochissimi movimenti con i quali, come in un passo di danza, il mio corpo doveva seguire in perfetta sintonia i movimenti della sua aggressione, persino facilitandola nello slancio per poi, quando il colpo “giungeva a fine corsa” mentre lo schivavo praticamente evitando ogni contatto corporeo pur rimanendo sempre fisicamente vicinissimo, io dovevo aiutarlo a proseguire nella sua traiettoria sino alla sua totale perdita di equilibrio che lo vedeva rovinare inevitabilmente a terra, una filosofia comportamentale “invincibile”, come poi avrei ben imparato e che avrei fatto per sempre mia.

Come sempre, in breve avevo imparato la teoria della meccanica di quei nuovi movimenti da effettuare, ma quella sera il Maestro fece una cosa diversa: andò a spegnere la luce del grande ambiente adibito a Tatami privato nel suo immenso Studio professionale in cui ci trovavamo, lasciando trapelare un po’ di luminosità dal fondo di un corridoio adiacente.

E subito iniziammo a ripetere quella tecnica praticamente al buio e continuammo a ripeterla per tutta la sera sino alla noia anche se io non ne capivo il motivo perché quel comportamento era per me una cosa ormai chiara e si sarebbe potuti passare ad altro … ma solo per me.

Avevamo iniziato verso le dieci di sera ed andammo avanti così per un’oretta, sinché il Maestro mi disse … bene arrivederci tra due giorni.

E due giorni dopo, come se avesse ancora cambiato metodo di insegnamento si mise a spiegarmi il senso di alcuni movimenti di “chiave” che potevano mettere in difficoltà l’eventuale avversario.

Eravamo chiaramente in piedi l’uno di fronte all’altro quando senza dare il minimo preavviso, partì con un colpo secco e violento verso di me, come qualche sera prima, ma non si trattava di una prova tecnica come avevamo fatto allora.

Io non so ancora cosa in effetti è successo ma ho visto il Maestro era volare per terra senza essere nemmeno riuscito a sfiorarmi e mentre con una elegante capriola si rialzava sorridendo, mi disse: … hai capito?…

Sì avevo capito, il mio istinto su cui era stata scritta corretta una nuova info, aveva lavorato col mio corpo intervenendo prima della mia ragione.

Ma adesso parliamo seriamente, il succo di questi raccontini, apparentemente slegati fra di loro, vi può invece insegnare parecchio sulle capacità del cervello umano.

Però questo ve lo racconto nella prossima puntata del Blog.

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   Ci sono momenti della mia vita talmente positivi che vorrei infantilmente comunicarli a tutti, trasmetterli nel pieno delle emozioni che li hanno generati, solo per il gusto di condividerli con qualcuno, anche con uno sconosciuto a patto che possieda una mente aperta, pulita e onesta.

   E forse questo è uno dei motivi per cui ogni tanto mi metto a scrivere senza una meta precisa su questo Blog che, quando appunto ci infilo cose anche personali, non lo considero assolutamente una valvola di scarico ma una possibilità aggiunta di colloquiare positivamente con i miei simili trasmettendogli un qualcosa che ritengo valido o perlomeno degno di esser letto.

   Ben astenendomi però dal cacciarmi in uno di quei Social Network talmente frequentati che non si capisce come tanta gente potesse sopravvivere prima che qualcuno li inventasse.

   Se questi contenitori virtuali di finta Amicizia, l’Amicizia è un’altra cosa, servissero solo a velocizzare il transito delle notizie, a far cadere tanti ponti (con e senza pedaggio) inutili, se tutto quello che ci gira dentro fosse vero, sincero ed onesto, se ogni notizia riportata fosse vera come la Bibbia … ma non è così.

   Spesso poi, chi ci naviga dentro quasi senza soluzione di continuità e quasi per riflesso condizionato, come tanti giovani, sempre agitati dalle proprie insoddisfazioni, incertezze, carenze affettive, sogni delusi … è perso già di suo, incapace di vivere anche un sol giorno una vera interiorità in sincera e sana solitudine, primo passaporto valido per una vera Maturità.

   In più ogni contatto interpersonale viene ormai visto come un qualcosa sempre possibile in tempo reale in quell’ambito, ma nessun legame deve esser forte e duraturo, solo quanto serve, nulla di più ed anche essere il più breve e veloce possibile.

   Ciò che conta è mantenere viva la sensazione di esser sempre collegati ad un cordone ombelicale che generi sicurezza (anche simulata, non importa), racconti all’infinito a se stessi la penosa bugia di un mondo pieno zeppo di tantissimi amici disponibili; privarsi poi di uno di questi cordoni non sarà mai traumatico, ce ne sono sempre pronti almeno altri mille + uno per un collegamento attivabile con un semplice touch screen sullo schermo di un telefonino.

   Un’altra grossa motivazione a questo tipo di frequentazioni è l’inclinazione ben sposata alla possibilità gratuita di farsi gli affari degli altri, senza pagare il biglietto di ingresso, senza responsabilità precise e soprattutto senza esser costretti a far vedere necessariamente la propria vera faccia, marcando se mai il territorio come molte bestioline fanno con le proprie urine, sparando anche sentenze campate per aria oltre che mettere in pista le proprie realtà di fantasia assieme alle fantasie più camuffate da realtà reale, un ginepraio talvolta pure pericoloso per le possibili conseguenti interferenze nelle immancabili menti ancora deboli che frequentano il grande Circo. 

   Un ambiente senza regole VERE in cui c’è libero accesso per esprimere giudizi, critiche, opinioni anche fasulle, senza pagare il dazio, possibile e lecito per chiunque voglia oltrepassare quella soglia, attraverso la quale, se fosse un’entrata di casa vostra, non so proprio se ci fareste passare chiunque come gli permettete di fare, anche se virtualmente, attraverso lo schermo del vostro Pc.

   Confesso che proprio a questo proposito mi fa molto pensare la facilità con cui perfetti sconosciuti si trattano fra di loro come vecchi amici, anche se tutti sono sempre pronti a restituire schiaffo su schiaffo, coltellata su coltellata.

   Dove tutto è uguale e diverso da tutto, tutto dipende da quello che uno scrive e da quello che l’altro legge e crede di voler capire senza l’obbligo della “prova certa”.

   E’ il Festival della superficialità, delle impazienze, delle fughe dalla realtà vera, delle botti di aceto scambiato per miele e viceversa.

   Per stupidità?

   No di certo, io penso solo grazie alla presunzione di poter rimanere, a comando, estranei da qualsiasi situazione negativa o di pericolo e di poter fare come la lumachina che appena sente odore di aria fritta, ritira le piccole corna, perché tanto che le cose vadano bene o male, si tratta sempre di realtà virtuali.

   Almeno questa è la credenza comune, immaginata come senza conseguenze dirette nella vita quotidiana.

   Ma quanti poi sono veramente capaci di discernere tra bene e male, verità e bugie, ipocrisie e onestà comportamentale?

   E a quanti di costoro la cosa poi interessa veramente?

   Ma soprattutto quanti ne vengono loro malgrado coinvolti almeno psicologicamente?

   Non tutti dispongono delle energie di Ercole.

   Vera incoscienza cosciente: d’altra parte viviamo nell’era della Pubblicità secondo gli schemi del famoso Mulino Bianco, degli ambienti da arredare grandi come sale di improbabili castelli, di case “popolari” tutte fornite di grandi giardini, di cani scodinzolanti su pavimenti tirati a specchio, di materassi che non si capisce perché se sino a ieri costavano 1000, adesso te li vendono per pochi centesimi, di sorrisi che non possono spegnersi mai sui volti gente nata benestante che sta così bene sullo schermo del tv e che non vedrà mai l’eventualità di dover cambiare i propri orizzonti: continuo ?…

    

 

 

La gabbia toracica è quella parte del nostro corpo che contiene le ossa e i muscoli che hanno la specifica funzione di proteggere l’apparato respiratorio e l’apparato cardiovascolare.

Nel torace le forti pulsioni viscerali subdiaframmatiche cominciano a divenire socialmente esprimibili e prendono il nome di emozioni e sentimenti.

Tutta la letteratura, ad esempio, indica nel cuore la sede di quel particolare sentimento che tutti gli uomini possono provare almeno una volta nella vita: l’amore.

Nella gabbia toracica avviene anche la respirazione per cui la colonna d’aria che viene espulsa a livello della glottide, potrà divenire voce: nel torace quindi nasce l’emozione dei suoni, il movimento ritmico battito cardiaco ricorda il movimento delle onde del mare,  lo scandire di un lontano tamburo, ritmi, bioritmi…musica, armonia.

La gabbia toracica, nella sua fisiologia, è una struttura sempre in movimento in gran parte generato e condiviso dal diaframma (iniziate a comprendere il senso di tanta attenzione dedicata alla respirazione soprattutto dalla cultura Yoga?).

In tutte le direzioni essa dovrebbe essere dinamica e vibrante, ma ciò si verifica poco frequentemente, se non nelle persone attente a queste problematiche e molto allenate.

Perché?

Perché qui le tensioni sono originate dal blocco dei nostri quotidiani impulsi primordiali al combattimento per la sopravvivenza (impulsi ormai addomesticati dalla Società benpensante e spesso rintanata nei propri gusci, e convertiti in comportamenti più difensivi, per convenienza, che offensivi nell’ambito delle relazioni interumane).

Questi impulsi si localizzano soprattutto posteriormente nei mammiferi superiori che combattono con le zampe anteriori: noi, uomini, quindi, usiamo a nostra volta, braccia e spalle.

Il combattimento simbolico nella nostra società è condizione ed origine di quello stress cronico che blocca la muscolatura superiore, facendola diventare una vera e propria piastra compatta di protezione.

Non è forse vero che quando temiamo di essere colpiti tendiamo a ruotare su noi stessi offrendo al colpo in arrivo la parte che riteniamo istintivamente più forte e protetta, cioè la schiena?

Posteriormente, è scientificamente provato, si localizzano soprattutto le tensioni antisociali; anteriormente, nella sede del cuore, si localizzano soprattutto emotività e sentimenti.

Quando subiamo qualche delusione, qualche umiliazione, qualche aggressione emotiva, la zona anteriore del torace si contrae per proteggere il cuore, e progressivamente, anche questa zona si irrigidisce fino a trasformarsi in quella che Reich aveva definito la corazza muscolare: davanti una corazza che protegge dalla sofferenza, dietro una corazza che blocca gli altrui scatti di aggresività e di antisocialità, sotto, il diaframma a sua volta irrigidito, nello sforzo teso a controllare questa potente forza vitale, queste pulsioni che in qualche modo potrebbero danneggiare la nostra immagine della realtà sociale.

Risultato?

Un grosso sovraccarico di lavoro del muscolo cardiaco che non è più aiutato dal diaframma nel far circolare il sangue, che non viene più correttamente lubrificato nella zona del pericardio, e anche una minor circolazione di aria nei polmoni, specie nella parte apicale.

Quindi minor circolazione di ossigeno nel corpo, ed in particolare nel cervello, per cui la respirazione si riduce ad una piccola, superficiale e limitata immissione di aria nella parte intermedia del torace.

Meno ossigeno=più stanchezza, umore nero, depressione…

Perché possiamo piangere talvolta anche a singhiozzi?

Perchè quando siamo feriti da forti emozioni il nostro DNA (in senso figurato) si ribella e subito si attiva per scuotere in automatico tutto il torace, e perché no?, anche tutto il corpo, con questi movimenti “ di risveglio” molto forti, del diaframma e della cassa toracica.

La nostra cultura ci ha insegnato per secoli a reprimere emozioni, applicando questo blocco sin dalla più tenera età, perchè “non sta bene” esprimere apertamente e rumorosamente determinate emozioni che possono venir pacate, se non addirittura represse (sempre secondo le aspettative degli altri che si arrogano il diritto di decidere per noi o perlomeno di poterci giudicare).

Queste emozioni invece sono una forza viva che esiste, e così, invece di potersi esprimere all’esterno, magari attuando un minimo di self control, finiscono così per diffondersi subdolamente nei muscoli della gabbia toracica, irrigidendoli progressivamente.

E’ molto triste osservarne le conseguenze, ossia come, di fatto, una volta diventato adulto (secondo i canoni della Società a cui appartiene), l’uomo “normale” tenda ad assumere rigidi comportamenti automatici, incapace di azioni non già precodificate dalla cultura del suo gregge, e guai a chi esce dal seminato…!

Un diaframma bloccato è come la superficie di un oceano privo di moto ondoso.

Se le onde non si trasmettono, come in un mare immobile, il corpo rimane bloccato nell’espressione delle emozioni, le parti muscolari progressivamente si irrigidiscono e l’onda del respiro tende a dissolversi così come le capacità di comunicare serenamente e liberamente, di accostarsi alle difficoltà della vita con il giusto spirito, con la necessaria energia e l’indispensabile realismo ottimistico (guai a voler considerare sempre e solo l’altra parte del bicchiere, di norma metà vuoto, e mai quella metà pieno).

Avremo creato un automa efficiente, cattivo quel che basta per difendere sé stesso e sopravvivere e addirittura prevalere sulla realtà circostante, ma l’homo sapiens paga pesantemente questa freddezza artificiale con una serie di disturbi psicosomatici anche quando apparentemente nulla sembra più scalfire la sua corazza.

Nel prossimo post parleremo dei disturbi  consequenziali alla restrizione della respirazione.