Statene pur sicuri, capita normalmente che … “facciamo nostri” frammenti di altre vite ormai terminate biologicamente e mutate chimicamente ma sempre energeticamente attive, frammenti che hanno conservato le loro energie primordiali ed essenziali in toto o in parte, e tra questi qualcuno sicuramente è destinato ad andare ad allocarsi nella nostra materia grigia arricchendone i contenuti, e non finendo miseramente nei rotoli di adipe su panza e culo o anche peggio al termine di ogni ciclo digestivo.

Una vera azione invasiva ma soft, un bell’insediamento in compagnia di tutte quelle altre “memorie” costruite personalmente grazie ad esperienze, vita vissuta, studi, valutazioni, comportamenti …

E tutto senza che noi ci accorgiamo minimamente di quanto sta accadendo, di come siano entrati in noi scintille di “memorie” altrui, già patrimonio di altri sconosciuti, come le trame, gli ambienti, gli oggetti, le persone, le immagini e le sensazioni di certi sogni, come ho appena detto, memorie in grado di generare flash che non solo affiorano automaticamente nel corso della nostra attività onirica ma anche in altri momenti particolari come quando l’Adrenalina sta cercando di attivare ogni nostra attività psicofisica possibile per far fronte a necessità reattive che l’ambiente circostante stimola.

Forse superfluo ricordare a questo punto che noi siamo e diventiamo in continuazione anche ciò che mangiamo.

Ma cosa mangiamo in realtà?

Francamente un po’ mi dà noia anche solo il pensiero che qualche neurone ben nascosto nella mia scatola cranica abbia a suo tempo ed in modo del tutto automatico registrato qualche “memoria” un tempo insita “in transito” non tanto in una carota o in una cipolla nate e cresciute sotto terra, ma in qualche misero avanzo anche umano tramutato in humus, perché no? e vecchio di secoli, di millenni oltre che di molto meno …

Non inorridite ma sto pensando a quel che di questi tempi può andare a finire in bocca a qualche rinomato pesce del nostro Mar Mediterraneo e non solo là …

Dinamiche crude ma molto naturali di quel mondo microscopico fatto di energie immortali e autorigeneranti in continua attività energetica, ricordate? nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma …

Conoscere sé stessi e a fondo, una delle cose più difficili da realizzare per le nostre menti sempre così distratte, un vero “impegno” soprattutto quando si è convinti che l’erba del vicino sia sempre la più verde e imperativo categorico entrarne in possesso manco fosse l’unico valido traguardo della nostra vita, e purtropo per la nostra salute mentale totalmente immemori del tesoro che custodiamo nell’intimità della nostra testa.

Un patrimonio che utilizzato correttamente ci regalerebbe la giusta dimensione in cui è bello vivere.

L’ERBA DEL VICINO …

31 marzo 2016

pcm

Lo sapete di possedere dentro alla vostra testa una cassaforte simile ad un immenso labirinto attraversato da decine di miliardi di informazioni di cui magari vi siete dimenticati, che non avete mai utilizzato perché non ne conoscevate l’esistenza o a che ben considerare non pensavate nemmeno di possedere personalmente?

Allora concedetemi qualche considerazione forse poco scientifica ma che comunque richiederebbe qualche seria analisi su alcuni lati ancora molto poco chiari di quanto talvolta accade in segreto nella nostra materia grigia tra i meandri delle innumerevoli “memorie” ivi archiviate, il nostro patrimonio mentale.

Una struttura complessa e incredibilmente ricca di “file” ben distinti gli uni dagli altri ma solo in teoria indipendenti fra di loro poiché invece sono indissolubilmente intercomunicanti gli uni con gli altri in tempo reale anche quando non ne abbiamo sentore, così che talvolta è veramente impossibile capirne razionalmente a fondo i meccanismi di azione e interlacciamento e quelle logiche che poi tanto influiscono nella nostra quotidianità comportamentale spesso anche senza che ci rendiamo conto che le nostre azioni, i nostri modi di gestirci, le nostre scelte possono derivare anche da una forma di coscienza sommersa che si attiva unicamente per conto proprio (qualcuno lo chiama istinto, ma non si tratta solo di quello).

Proviamo a incamminarci lungo questo sentiero ripido e stretto e prendiamo atto che nel nostro cervello oltre a tutto quel bagaglio di memorie che invece teniamo sempre ben presenti in prima fila, esiste una moltitudine di “info” in sonno ma bene in ordine come in un archivio, magari dimenticate per un motivo qualsiasi o anche solo accantonate dalla nostra razionalità che si crede infallibile ed onnipresente .

“Info” residenti in qualche recondito neurone e pronte anche loro ad attivare automaticamente qualche nostra reazione sempre attraverso sollecitazioni ricche di logiche automatiche di cui non siamo padroni coscienti.

Ma come può succedere tutto ciò?

Come può succedere ad esempio che ci capiti di sognare paesaggi, persone, cose mai viste … anche se la nostra fantasia sembra talvolta non aver limiti ?

… Ma non sino a certi livelli creativi, non credete? non può esser tutta farina del suo sacco.

Cominciate a farvi venire il dubbio che quel che mangiamo o beviamo e respiriamo non va assolutamente a finire tutto solo in ciccia, ossa, muscoli ed energie …

Quanto in realtà sappiamo esattamente di come e secondo quali criteri viene selezionato anche il più piccolo “boccone” che ingeriamo per nutrirci, e quindi dove tutte le sue componenti vengano smistate esattamente dentro al nostro organismo una volta eleborate ?

Micrometrici frammenti di tutte quelle cellule che hanno composto in precedenza altri corpi viventi, animali o vegetali, ma che anche se da essi separate nella loro struttura più intima mantengono info genetiche o marker di altro tipo difficilmente cancellabili, ormai ridotte apparentemente a polvere inerte e adattatesi ad entrare nella nostra catena alimentare.

Basta un semplice microscopio per fugare ogni dubbio senza arrivare a gascromatografi o sofisticatissime apparecchiature scientifiche affini.

Statene pur sicuri, capita normalmente che ……… il post continua domani …

   Esistono dei meccanismi psicosomatici che anche se teoricamente trovano spiegazioni plausibili, al lato pratico lasciano sbalorditi.

   Pensate ai nuovissimi Luna Park con tutte quelle strutture ludiche che sfidano la Legge di Gravità, che possono provocare sensazioni di caduta libera, che riescono a simulare situazioni di vero pericolo, il tutto finalizzato a divertire.

   E tutti quelli che provano queste emozioni ne traggono un tal piacere che vorrebbero subito fare il Bis.

   Insomma, pagano per far finta di soffrire …

   Pensate adesso a quei poveri Cristi che anche in questi giorni si sentono tremare la terra sotto ai piedi.

   Quello che provano si chiama TERRORE.

   E sono situazioni che durano solo pochi secondi, non come quei divertimenti strappa budella di cui parlavo prima, che durano molto più a lungo e possono venir ripetute all’infinito con sempre maggior appagamento e con un accanimento incredibile nel voler provare certe sensazioni estreme.

   Stesse sensazioni fisiche, anzi forse anche minori come intensità, durante un terremoto, eppure in quel caso il cervello va il tilt, il terrore entra nelle vene, il corpo somatizza e può persino verificarsi un blocco cardiaco, un infarto al miocardio.

   Questa è una delle tante prove tangibili che, tra tutto quello che può accadere in simili circostanze, il nostro status fisico non è altro che la materializzazione delle elaborazioni fatte dal nostro cervello quando gli viene impedito di scegliere autonomamente e viene condizionato , forzato fuori dai propri schemi dall’imprevisto.

   Elaborazioni automatiche, istintive e spesso incontrollabili. 

   Elaborazioni che dipendono da una miriade di fattori che hanno i loro interruttori di accensione nelle “memorie” più ibernate nei nostri neuroni più irraggiungibili e possono provocare reazioni anche inaspettate, irrazionali nei confronti di stimoli simili pervenuti attraverso il nostro sistema sensoriale ma poi decodificati in modo e con conseguenze differenti a livello profondo dalla materia grigia.

    In queste situazioni di “perdita di controllo cosciente” si crea un meccanismo automatico coinvolto dalla sommatoria delle nostre reattività generali pilotate senza che abbiamo la possibilità di intervenire a fondo in merito, senza poter interporre alcun filtro, anche se ci siamo allenati e preparati per  tempo per ogni evenienza, da quanto l’esperienza, l’indole, anche la Cultura oltre allo stato fisico generale del nostro corpo, hanno fatto a suo tempo registrare indelebilmente nel nostro cervello come info valide per un Know How operativo ed incanalano verso comportamenti a cui il nostro corpo può solo obbedire passivamente.

   Anche la persona più carica di esperienza, quella più irrobustita dalle difficoltà della vita, quella apparentemente più insensibile, quando arriva il “momento sbagliato” vede scomparire di colpo tutte le sue barriere difensive e reagisce all’imprevisto solo secondo quanto gli detta il suo Istinto pilotato da elaborazioni cerebrali automatiche di cui noi stessi spesso ignoriamo non solo la probabilità ma anche la possibile esistenza.

   E se questo istinto non è stato molto severamente allenato a suo tempo e non è in grado di comportarsi da solo, esattamente come ci potremmo comportare in modo cosciente nella nostra normalità, la perdita di controllo totale è assicurata, con tutti i rischi che ne conseguiranno per noi e per chi ci sta vicino.

   Avete presente cosa capita quando uno non sa nuotare, cade in acqua e si tenta di salvarlo?

   Spesso bisogna tramortirlo prima che aggrappandosi disperatamente a noi ci tiri sott’acqua assieme a lui in un abbraccio mortale molto difficile da sciogliere.

   Gran brutta cosa gli spaventi, soprattutto quelli grandi e improvvisi, che immancabilmente, oltre a provocare le solite reazioni epidermiche ed anche visibili ad occhio nudo, si infiltrano in profondità nel nostro organismo e lo imprigionano in una morsa da cui è difficile uscirne totalmente indenni moralmente, psichicamente e pure fisicamente.

   Non sto parlando chiaramente di “piccole paure”, mi sto riferendo ad uno dei pochi punti veramente deboli della struttura psicofisica degli esseri umani, di TUTTI gli esseri umani, nessuno escluso.

   Si può reagire sia in modo misurato che perdendo totalmente l’autocontrollo, e quando vengono interrotti i link con ciò che già conosciamo e ci troviamo brutalmente coinvolti dall’ignoto, dall’imponderabile, da ciò che annulla le nostre forze pur ottimamente dimensionate, forse solo in quel momento l’uomo si rende conto di quanto è piccolo e debole in senso assoluto.

   La coscienza della morte in arrivo è un ottimo esempio.

   Solo ciò che risiede nella scatola cranica dell’uomo lo può mantenere forte, vigile e cosciente anche nelle situazioni di rischio, a patto che la sua materia grigia funzioni, non sia stata manomessa in alcun modo, e lui abbia la capacità di vivere in costante stato di all’erta, ma non in misura patologica, no, solo tenendo attivate per abitudine e sistema di vita le proprie capacità di osservazione e di analisi.

   Così, una volta di più, si dimostra quanto sia lungo e difficile il cammino che attende ogni essere umano se si sente veramente motivato a diventare veramente padrone di se stesso, pur conscio dei suoi limiti reali.

   Mi è venuto da sorridere perché pensavo a mio nonno paterno che dopo essere sopravvissuto miracolosamente durante il terremoto di Messina degli inizi del ‘900, in cui era rimasto sepolto per ore sotto le macerie di casa crollate addosso a lui e alla quasi totalità della sua famiglia, anche durante l’ultima guerra non ha mai voluto andare nei Rifugi sotterranei quando arrivavano le incursioni aeree e i relativi bombardamenti a tappeto: lui continuava imperturbabile a leggere e lavorare nel suo studio.

    E quella volta che una bomba ha distrutto la casa che si trovava dall’altra parte della strada, a Ferrara, dove abitavano i nonni, fumo, macerie, polvere ovunque, quando i suoi sono tornati a incursione terminata, lo hanno trovato mentre si stava facendo tranquillamente un caffè e le uniche parole uscite dalla sua bocca erano state per chieder loro se avessero per caso udito anche loro quel fracasso così vicino, e sicuramente, per quel poco che ricordo di quell’uomo altissimo, forte, con i capelli tutti bianchi e due occhi neri di fuoco, non era né uomo di tante parole né il tipo che amava fare battute di spirito.

   Per la cronaca, mio nonno Natale, si chiamava così, è morto il giorno del suo compleanno a 86 anni mentre era seduto a pranzo, in famiglia.

   Ha finito di mangiare, ha sorseggiato il caffè e dopo aver appoggiato la tazzina vuota sulla tavola ha chiamato per nome la moglie, nonna Anna … Annina, vieni qua…. e ha chiuso gli occhi … per sempre.

   Quando ho bisogno di farmi coraggio, penso sempre a Lui, orgoglioso di poter custodire nel mio DNA qualcosa di un altro grande uomo della mia Famiglia.